La sua corsa, per sfuggire al pestaggio e agli spari dei rivali, che avevano organizzato una vera e propria spedizione punitiva, finì tragicamente nelle acque del fiume Oglio, nel comune di Pontoglio. Una zona per nulla casuale, visto che per gli inquirenti al centro della vicenda c’era proprio la disputa in merito alla piazza di spaccio sia sulla sponda bresciana sia quella bergamasca. Era la sera del 12 aprile del 2025, un sabato. Ma il corpo di Abdelilah Soiyt, 32 anni marocchino, venne ritrovato soltanto la domenica dai Vigili del fuoco.
E nei giorni scorsi, per l’esattezza il 16 luglio, a più di un anno di distanza dall’omicidio, i carabinieri della compagnia di Treviglio (Bergamo) hanno arrestato la seconda delle sette persone ritenute responsabili della morte dell’uomo. Si tratta di Youssef Bouserhane, marocchino 25enne.
Il primo arresto
Per questa vicenda in carcere - fino all’altro giorno - era finito soltanto un uomo: Oussama El Messky, 24 anni connazionale della vittima, ritenuto dai carabinieri della Compagnia di Chiari, che hanno compiuto le indagini sul campo, e dal sostituto procuratore Benedetta Callea, che ha coordinato il loro lavoro, il capo della banda. Colui che qualche giorno prima dell’agguato aveva minacciato di morte la vittima al telefono: «Se non te ne vai, vengo io con il fucile». E così fece. Quella sera fu proprio lui a sparare due colpi con il fucile, spingendo Soiyt verso la morte nelle acque del fiume.
L’arresto era stato eseguito a maggio dell’anno scorso, mentre un mese fa è stato condannato dal giudice dell’udienza preliminare Marco Vommaro a 16 anni di reclusione. Sempre a maggio del 2025 erano stati identificati altri tre componenti, tuttora latitanti: Hamza Aarafa, 41 anni, Mounir Karfad, 29 anni e Azzedine Tanani di 25 anni. Altri tre erano rimasti senza un nome, tra cui Bouserhane, che però nel corso delle indagini investigative era stato identificato e per questo destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa l’11 giugno di quest’anno dal gip del Tribunale di Brescia, per omicidio e tentato omicidio del cugino della vittima, che riuscì, invece a scappare.
L’operazione a Cividate al Piano
Il giovane, insieme ad altri due connazionali, il 16 luglio è finito in manette al termine di un’operazione antidroga condotta a Cividate al Piano, paese sulla sponda bergamasca del fiume, nelle vicinanze del santuario della Madonna dei Campiveri, dove i tre dormivano in un giaciglio di fortuna.

Un quarto uomo è stato denunciato. Le perquisizioni hanno portato al sequestro di circa 67 grammi di cocaina, 12 di eroina e 25 di hashish. Oltre a un bilancino di precisione, nove telefoni cellulari e 4.990 euro in contanti.
Il ruolo dell’arrestato
Le indagini hanno delineato il ruolo centrale svolto dal 25enne, che non solo avrebbe preso parte alla spedizione punitiva, ma avrebbe ripetutamente istigato l’azione contro i rivali, curandone anche l’organizzazione logistica e fornendo al capo della banda il fucile a pompa calibro 12 utilizzato durante l’agguato.
Il fatto
I sette (più il conducente) quella sera si presentarono armati di fucile, bastoni, bottiglie a bordo di un’Audi, partendo da Cividate al Piano, e luogo di ritrovo del gruppo di spacciatori. Non appena individuarono il 32enne, che era in compagnia del cugino, gli scagliarono addosso di tutto. I due si misero a correre lungo l’argine, per poi tuffarsi nel fiume dove Soyt trovò la morte: quando il corpo venne ripescato aveva una grossa ferita alla testa. Inizialmente si pensò a un incidente, ma nel volgere di poche ore in caserma si presentarono sia il cugino della vittima, che era riuscito ad attraversare il fiume e a mettersi in salvo – aiutato anche da alcuni pescatori che quella sera sentirono gli spari – sia l’autista della banda guidata da El Messky, che riferì di essere stato costretto a guidare fino al luogo dell’agguato sotto la minaccia di un’arma.




