La sanità penitenziaria archivia il modello delle cure frammentarie e punta su un’assistenza continuativa, strutturata e multidisciplinare. È la svolta avviata negli ultimi mesi dalla Asst Spedali Civili nelle carceri bresciane, dove le persone detenute vengono seguite attraverso una presa in carico integrata ispirata al modello delle Case di comunità, nel rispetto delle indicazioni regionali.
Un cambiamento ancora in evoluzione, ma con un obiettivo preciso: «Favorire la prevenzione e la promozione della salute», spiega Valentina Stanga, direttrice della Struttura complessa di Sanità penitenziaria della Asst Spedali Civili e coordinatrice dell’équipe forense del Dipartimento di salute mentale e dipendenze.

Cartella clinica digitale
L’assistenza si attiva fin dall’ingresso nella casa circondariale Nerio Fischione o nella casa di reclusione di Verziano.
«La persona detenuta diventa subito un nostro paziente – spiega la psichiatra –: viene visitata da un medico e sostiene un primo colloquio con lo psicologo». Tutti dispongono di una cartella clinica digitale e di un’esenzione che garantisce l’accesso gratuito ai Livelli essenziali di assistenza (Lea). La popolazione detenuta, che a causa del sovraffollamento supera le 500 persone, presenta un’alta incidenza di malattie infettive, dipendenze e disturbi legati alla salute mentale. Viene considerata «una comunità con bisogni specifici, alla quale offrire una risposta sociosanitaria integrata. L’obiettivo – precisa la dottoressa - è intervenire prima che si manifesti l’emergenza, attraverso attività di prevenzione e monitoraggio che consentono diagnosi precoci e terapie tempestive».
Quali servizi
Nelle carceri bresciane la sanità funziona sempre più come una Casa di comunità. Al Nerio Fischione medici, infermieri e psicologi sono presenti 24 ore su 24, sette giorni su sette; a Verziano l’assistenza è garantita dalle 8 alle 20, con reperibilità notturna continua. Chi si trova in carcere può rivolgersi direttamente al servizio sanitario in caso di necessità.

«La persona detenuta può chiedere autonomamente una visita medica – spiega Stanga –. È un meccanismo che richiama il Punto unico di accesso (Pua) delle Case di comunità e che in carcere viene utilizzato molto».
All’interno degli istituti sono già attivi diversi servizi diagnostici e ambulatoriali. Si eseguono radiografie, ecografie, elettrocardiogrammi ed esami del sangue. Negli ultimi mesi è stata inoltre rafforzata l’attività vaccinale, anche attraverso open day dedicati alla popolazione detenuta. Presenti anche gli ambulatori odontoiatrici per le cure dentistiche.
Uscite per visite, esami e ricoveri
Più complessa resta, invece, l’organizzazione degli accertamenti esterni. Per accompagnare una persona detenuta in ospedale o in ambulatorio servono il nullaosta dell’autorità giudiziaria o della direzione del carcere, almeno cinque giorni di preavviso e una scorta composta da almeno due agenti di polizia penitenziaria. Procedure che richiedono tempo, personale e costi elevati.
Per questo il nuovo modello punta sullo sviluppo delle televisite e del teleconsulto tra specialisti, così da limitare, quando possibile, gli spostamenti fuori dagli istituti. «I vantaggi sarebbero molteplici – osserva Stanga –: meno rischi per la sicurezza, costi più contenuti e la possibilità di rispondere a un numero maggiore di bisogni sanitari». L’obiettivo è attivare il servizio non appena sarà disponibile la piattaforma regionale di telemedicina.
Le persone detenute hanno inoltre accesso ai programmi di screening promossi dall’Ats. Quando invece si rende necessario un ricovero ospedaliero, il riferimento restano le camere blindate dell’ospedale Civile, dedicate ai pazienti provenienti dal carcere e gestite con specifiche misure di sicurezza.
Continuità dopo la scarcerazione
«Tutto questo – conclude la psichiatra – ci aiuta a ottimizzare la presa in carico dei pazienti, che non deve essere vista come un costo ma come un investimento. La diagnosi precoce rappresenta un vantaggio sia per la persona sia per il sistema sanitario».
Un’assistenza che, nelle intenzioni della Asst, non deve interrompersi al momento della scarcerazione: «Stiamo creando un collegamento con la Psicologia clinica e i consultori affinché quanto avviato in carcere possa proseguire nelle Case di comunità e nei servizi territoriali, evitando che l’uscita dall’istituto coincida con un abbandono terapeutico».




