La minaccia rivolta alla sindaca Laura Castelletti non compariva nella storia Instagram originaria pubblicata sulla pagina «Soldato Audace». È stata aggiunta da un altro utente, che ha ricondiviso il video sul proprio profilo, accompagnandolo con l’odiosa frase «Te possino dà tante cortellate». A chiarirlo è Nicola, amministratore della pagina social, che - all’indomani dalla denuncia della numero uno di Palazzo Loggia - ha fornito il filmato originario, nel quale quelle parole non compaiono.
Responsabilità
«Non abbiamo mai fatto minacce o inviti a minacciare persone. Vedere accostata la nostra pagina a quelle frasi danneggia anche la mia immagine. Quelle riportate nella storia condivisa da un utente privato sono parole dalle quali ci dissociamo con fermezza», sostiene Nicola.
Il responsabile della pagina Instagram finito sotto accusa precisa in primis di non appartenere ad alcun partito o movimento politico e, poi, di aver voluto «soltanto aprire un dibattito sull’opportunità che una sindaca partecipi a una scena del genere», vale a dire un rapper che si esibiva «sulle note della musica trap da maranza in un contesto istituzionale». Il suo legale ha scritto a Castelletti e sta chiedendo rettifiche alle testate che hanno attribuito alla pagina le la frase minacciosa.
Anche la denuncia presentata dalla sindaca distingue i passaggi: Castelletti riferisce di essere stata taggata da un account che aveva ricondiviso la storia di «Soldato Audace». Quest’ultima è citata come origine del filmato, non come destinataria nominativa della denuncia. La richiesta è che «il responsabile o i responsabili siano identificati e perseguiti a norma di legge». Stabilire chi abbia scritto cosa spetta agli accertamenti.
Odio in rete
Resta quel «A voi i commenti». Quattro parole apparentemente innocue, che su internet possono essere un invito alla discussione oppure un modo per apparecchiare il bersaglio e lasciare che altri tirino. Il video non è stato condiviso nel vuoto: la scena di una sindaca accanto a un giovane rapper è stata proposta come qualcosa di cui indignarsi. E non è irrilevante, in un Paese dove l’origine delle persone diventa ancora troppo spesso un argomento per delegittimarle.

La minaccia ha un autore, e non si può attribuirla a un altro. Ma l’odio digitale prospera anche grazie a una comoda «divisione del lavoro»: qualcuno espone, qualcuno commenta, qualcuno alza il tiro. Non è detto che vi sia un’intenzione comune, né una responsabilità condivisa. Il risultato è che la violenza trova ogni volta un gradino sul quale salire. E a forza di discutere soltanto di chi abbia pronunciato l’ultima parola, forse rischiamo di non domandarci più come siamo arrivati fin lì.




