Una Ferrari spezzata in due dopo uno schianto. È una fotografia in bianco e nero, di quelle che fermano lo sguardo prima ancora di conoscerne la storia. Matteo Marzotto la conserva tra i ricordi di famiglia. Siamo nel 1950, racconta, a Peschiera del Garda: su quella vettura c’è suo padre Umberto. L’incidente è terribile, lui e il copilota si salvano. Settantasei anni dopo quell’immagine racconta ancora un’epoca in cui correre la Mille Miglia significava spingersi molto vicino al limite. Un ricordo privato che è anche un frammento della storia della Freccia Rossa.
È da qui, dalla memoria custodita dalle famiglie, che nasce anche il senso dei Mille Miglia Collection Days, pensati per far riaffiorare fotografie, filmati e cimeli in vista del centenario del 2027. Per Matteo Marzotto, presidente di MinervaHub e dal 2018 nel cda di 1000 Miglia srl, rovistare nei ricordi significa inevitabilmente imbattersi nella corsa. Perché per i Marzotto la Mille Miglia è storia di famiglia.

Marzotto, che ricordi conserva della Mille Miglia?
Tanti, perché è praticamente nel Dna della quinta e della sesta generazione dei Marzotto. Giannino ne vinse due, Paolo e mio padre Umberto ne disputarono diverse. In famiglia se ne parlava, soprattutto con l’avvicinarsi della primavera. Poi, frequentando negli anni il mondo della Mille Miglia, ho scoperto anch’io cose che non conoscevo.
Che cosa la impressiona di quelle imprese?
Le medie che riuscivano a tenere. Oggi quasi non riusciamo a concepirle. Bisogna immaginare una sorta di rally, con strade pavimentate e sterrate e le automobili di allora. Erano quasi dei superuomini.
Come quella fotografia dell’incidente di suo padre.
Era il 1950. A Peschiera del Garda mio padre finì contro un albero e la sua Ferrari barchetta si divise in due. Con lui c’era un amico, produttore cinematografico, che rimase piuttosto malconcio. Recentemente ho incontrato un imprenditore del settore ospedaliero e abbiamo scoperto per caso che suo padre aveva prestato i primi soccorsi proprio a loro. Fino a quel momento nessuno di noi sapeva che i nostri padri si fossero incontrati in quella circostanza. È anche questa la Mille Miglia: una corsa che ha permeato un pezzo della storia d’Italia.
I fratelli Marzotto erano diventati i «conti correnti». Che generazione era quella?
Una generazione iperdinamica. Erano ragazzi sui vent’anni, figli di mio nonno Gaetano, un costruttore di futuro. Studiavano per diventare grandi industriali, ma intanto correvano. Oggi li chiameremmo gentlemen driver, anche se erano forti quanto i professionisti.
E c’era l’eleganza. Suo zio Giannino nel 1950 vinse la Mille Miglia in doppiopetto.
È una storia ormai celebre, ma allora ci si vestiva così. Giannino correva con una macchina chiusa, in giacca e cravatta. Del resto i Marzotto erano tra i leader nella produzione dei tessuti e mio nonno aveva avviato anche la produzione industriale di capispalla.
E poi c’è la celebre risposta di Giannino a Enzo Ferrari: «Sono vestito così perché sto andando a una festa». È andata davvero così?
Così è stata raccontata anche a me. Era naturalmente una battuta, però descrive bene quell’epoca.
Con Enzo Ferrari, però, non c’erano solo le battute. Le Ferrari dei Marzotto riuscivano a battere anche quelle ufficiali.
Avevano costruito una loro scuderia. Potevano permetterselo, certo, ma nobilitarono questa possibilità con le vittorie. Le macchine erano ampiamente trasformate e riuscivano a stare davanti a quelle ufficiali. Il Cavaliere Ferrari probabilmente non ne era sempre felicissimo. Paolo, per esempio, era uno scapestrato, ma andava fortissimo. Capivano le automobili, sapevano metterle a punto e guidarle.
Lei conserva qualche cimelio?
Pochi. Mio padre mi regalò un paio di guanti con cui aveva corso. Ho sempre desiderato invece quelle cuffiette che usavano sulle macchine aperte, anche se servivano più a non sporcarsi che a proteggersi. Finita quella stagione, i Marzotto diventarono imprenditori molto impegnati e vendettero le automobili o comunque se ne separarono. Non avevano la percezione del valore che avrebbero raggiunto. Se l’avessero saputo, probabilmente avrebbero conservato tutto.
Oggi dalla Mille Miglia del doppiopetto siamo arrivati alla guida autonoma. Per due edizioni lei ha percorso le strade della corsa al volante di una Maserati a guida autonoma sviluppata dal Politecnico di Milano. Che esperienza è stata?
Sono un grande fan del Politecnico e sono stato coinvolto dall’ateneo nel progetto. Per due anni mi sono trovato «dietro al volante», nel ruolo di supervisore, mentre l’auto guidava da sola. È un bell’esempio di come la Mille Miglia possa celebrare un passato brillante continuando a guardare avanti. Algoritmi e sensori sviluppati in Italia permettono a un’automobile di muoversi in sicurezza. È importante che il nostro Paese continui a investire e a essere protagonista in questo campo.
Tra guidare ed essere guidato, però, che cosa sceglie?
A me piace più guidare che essere guidato. Ma questa tecnologia lascia stupefatti. Non credo che il piacere della guida scomparirà: in circuito continuerà a esserci spazio per l’emozione. E alcune di queste tecnologie potranno diventare una sorta di «angelo custode» digitale, aiutandoci a sfruttare automobili da centinaia di cavalli nella massima sicurezza.




