Brescia si prepara a celebrare il centenario della «corsa più bella del mondo» attingendo al suo archivio più prezioso e intimo: la memoria collettiva dei suoi cittadini. In vista dei cinque appuntamenti dei 1000 Miglia Collection Days - che si terranno in Sala Libretti al Giornale di Brescia a partire dal 14 ottobre - la professoressa Elena Pala, storica e referente scientifica del progetto, ci guida tra i ricordi da rispolverare.
Professoressa Pala, la Mille Miglia non è stata scritta solo dai grandi campioni, ma da un’intera comunità. Qual è l’obiettivo dei Collection Days?
«Vogliamo ricostruire quel racconto corale che la storiografia ufficiale spesso tralascia. La Freccia Rossa ha attraversato le nostre vite lasciando tracce in ogni casa bresciana. Con i Collection Days chiediamo ai cittadini di aprire cassetti, solai e album di famiglia per condividere oggetti e storie che meritano di diventare patrimonio di tutti. Non cerchiamo solo pezzi da museo, ma testimonianze vive di passione viscerale».

Guardando alla geografia della memoria, la corsa non viveva solo in corso Zanardelli o in piazza della Vittoria...
«Esatto. Invitiamo i bresciani a cercare quelle fotografie in bianco e nero o quelle diapositive scattate dal balcone o dal muretto di cinta nei quartieri di periferia o nei paesi della provincia. Spesso in quelle immagini il soggetto non è solo il bolide che sfreccia, ma lo sfondo: i vicini di casa affacciati, le sedie portate in strada, gli arredi urbani di un’epoca scomparsa. È la Mille Miglia della quotidianità».
C’era poi un aspetto di solidarietà e accoglienza davvero unico tra la cittadinanza e gli equipaggi. Che cosa accadeva in città?
«Nei giorni della corsa la ricettività della città andava letteralmente in tilt: gli alberghi non bastavano minimamente a contenere la marea di piloti, meccanici e giornalisti in arrivo da tutto il mondo. Ed è qui che scattava la grande generosità bresciana: capitava che le famiglie aprissero le porte delle proprie case per ospitare gli equipaggi. Sui tavoli della Sala Libretti ci piacerebbe raccogliere le testimonianze di quest’accoglienza: lettere di ringraziamento lasciate dai piloti, foto di colazioni condivise in salotto, ma anche vecchi pass d’accesso ai box o ricevute storiche degli hotel che raccontano quel fermento straordinario».
Come si manifestava la caccia ai grandi del volante prima della tecnologia digitale?
«Prima dei selfie c’erano i taccuini da autografo. Intere generazioni di ragazzi hanno atteso ore alla punzonatura per un segno di Tazio Nuvolari, Stirling Moss o Gigi Villoresi. Cerchiamo quei taccuini, ma anche menu di ristoranti firmati, cartoline, cappellini o sciarpe regalati dai piloti durante le soste. E collegato a questo c’è il mondo dell’infanzia: modellini in latta arrugginiti, auto a pedali costruite in garage e perfino i disegni a pastello sui quaderni di scuola che ritraevano la Freccia Rossa».
Un ruolo fondamentale, spesso dimenticato, è stato quello femminile...
«Assolutamente. Le donne non erano semplici spettatrici eleganti ai bordi delle strade. C’erano coraggiose pilote al volante, donne ai box e un pubblico femminile appassionato. Invitiamo le famiglie a cercare lettere, diari di alunne che raccontavano l’eccitazione della città o pellicole di famiglia per restituire alle donne il ruolo centrale che hanno sempre avuto».

Anche la solidarietà tecnica lungo le strade era leggendaria...
«Parliamo dei "meccanici per una notte". Quando un’auto andava in panne, la risposta dei bresciani era immediata. Operai, artigiani o semplici appassionati offrivano aiuto tecnico improvvisato. Sarebbe straordinario ritrovare appunti di officina, attrezzi d’epoca, o magari vecchie tute da lavoro ancora macchiate di grasso, capaci di raccontare la notte in cui si rimise in sesto il motore di un pilota rimasto bloccato in provincia».
L’impatto della corsa si rifletteva anche sul costume, sulla comunicazione e sul paesaggio urbano...
«La Mille Miglia era una passerella di stile: cerchiamo occhiali da sole vintage, foulard a tema o foto che ritraggano il "look" degli spettatori. Ma anche la città si vestiva a festa: striscioni di stoffa cuciti a mano, bandierine e foto di vetrine decorate con pistoni e coppe. Senza dimenticare il materiale a stampa - ritagli di giornale, edizioni straordinarie, locandine e numeri unici - fino ai filmati amatoriali in Super 8 o 16mm. Quelle bobine ancora chiuse nelle scatole di metallo custodiscono fotogrammi a colori di un valore inestimabile: la velocità pura vissuta e filmata dalla nostra gente».




