Venticinque grandi fotografie in bianco e nero, appese lungo le vie del centro storico, trasformano Vione in un museo a cielo aperto. Si intitola «Per non dimenticare» la mostra promossa dal Museo etnografico ’L Zuf in collaborazione con l’associazione culturale Polagra, guidata da Giancarlo Sembinelli. L’obiettivo dell’iniziativa è mantenere viva la memoria delle persone che hanno contribuito a costruire la storia e l’identità della comunità vionese.
In bianco e nero
I pannelli, di dimensioni diverse, alcuni anche a grandezza naturale, di circa 140 per 180 centimetri, raccolgono immagini della comunità anteriori agli anni Cinquanta. Il materiale è stato recuperato la scorsa primavera, grazie a una raccolta tra gli abitanti. Una commissione ha poi selezionato gli scatti e, di fronte alla ricchezza della documentazione emersa, ha scelto di privilegiare i ritratti delle famiglie di Vione. Soltanto tre fotografie si allontanano da questa linea: una veduta panoramica del paese e due scorci di piazza Vittoria.

L’immagine più antica risale al 1900 e ritrae un gruppo di ragazzi vionesi. Nel loro insieme, le fotografie restituiscono uno spaccato nitido della società del tempo. Abiti, pettinature e accessori, tra cui collane, anelli, fiocchi, raccontano le differenze tra i nuclei più abbienti e quelli più modesti. A emergere, però, è soprattutto la dignità con cui uomini, donne e bambini si presentano davanti all’obiettivo, al di là delle diverse condizioni economiche.
Curiosità
Tra i pannelli, quello che finora ha suscitato la maggiore curiosità risale al 1922, con una scolaresca composta da bambini nati nel 1915, all’inizio della Prima guerra mondiale. Nei volti si leggono la povertà, la fame e la fatica quotidiana, con sorrisi appena accennati, che rendono la fotografia una delle testimonianze più forti del percorso.
«La mostra – racconta Sembinelli – non propone solo immagini d’epoca, ma invita residenti e visitatori a riconoscere volti, legami familiari e frammenti di vita. Il centro storico diventa così il luogo in cui il passato torna a dialogare con il presente. Ogni fotografia conserva una storia privata, ma insieme le venticinque immagini compongono un racconto corale, di una comunità cresciuta attraverso generazioni di lavoro, scambi, relazioni e sacrifici». L’esposizione è già visitabile e così sarà anche nelle prossime settimane.



