A Lavenone l'antica Fucina del rame finisce sotto i ferri

C’è un edificio che da anni resiste in silenzio lungo il corso dell’Abbioccolo, tra pietre, acqua e memoria, e che ora torna al centro di un progetto più ampio, dentro quella strategia d’area «Tra montagne e laghi» che Regione Lombardia ha presentato nei giorni scorsi alla Rocca d’Anfo.
La storia
È l’antica Fucina del rame di Lavenone, uno dei pochi esempi in valle di opificio dedicato a questa lavorazione. Qui, fino alla metà dell’Ottocento, il rame prendeva forma sotto i colpi del maglio, mosso dalla forza dell’acqua, e diventava oggetti d’uso quotidiano, pentole, calderoni, strumenti che entravano nelle case e nella vita di tutti i giorni. Non era solo produzione, ma sapere che passava di mano in mano, generazione dopo generazione, e che ha lasciato tracce ancora leggibili tra le strutture e i macchinari rimasti.
Il cuore della fucina è ancora lì, con i magli a testa di elefante perfettamente conservati, le ruote idrauliche, le trombe idroeoliche e gli utensili che raccontano un modo di lavorare oggi lontano, ma non scomparso. Nel tempo la struttura, nata per il ferro, si era specializzata nel rame fino al 1962, con gli ultimi proprietari, i fratelli Assoni, che avevano proseguito l’attività commerciale anche dopo la chiusura, affiancandola ad altre iniziative.
Il progetto
Oggi però i segni del tempo si vedono tutti: infiltrazioni, murature che cedono, componenti meccaniche che si degradano, mentre all’esterno il bottaccio e i canali d’acqua mostrano ferite evidenti. Da qui la necessità di intervenire, prima che il degrado diventi perdita definitiva.

Il progetto, promosso dalla Comunità montana di Valle Sabbia, punta a un restauro conservativo che non snaturi l’identità del luogo, ma la renda leggibile e fruibile. Si lavorerà sulla copertura, sulle strutture originarie, sulle murature e sui serramenti, con un adeguamento degli impianti e una rifunzionalizzazione degli spazi in chiave museale e didattica, restituendo continuità a un sito che ha sempre vissuto di lavoro e acqua. Il primo lotto vale 500mila euro, finanziati interamente con risorse regionali, ma l’intervento complessivo guarda più lontano, con un orizzonte di quattro o cinque anni e un investimento che supera 1,8 milioni.
«È un’opportunità significativa per Lavenone e per tutto il territorio – osserva il sindaco Franco Delfaccio – perché l’idea non è solo quella di un museo, ma di un luogo capace di raccontare e, se possibile, anche di produrre, mantenendo viva la relazione con la forza dell’acqua». E in fondo è proprio questo il punto: non conservare soltanto, ma rimettere in moto, almeno in parte, ciò che qui non si è mai fermato davvero.
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