Al centro della navata di San Giuseppe, di fronte a due pannelli di foggia bizantina raffiguranti Cristo benedicente e la Madonna con il Bambin Gesù, campeggia la bandiera blu e gialla: i colori dell’Ucraina. Quel simbolo di identità forte per i tantissimi – anzi, le tantissime – che hanno lasciato la madrepatria divenuta indipendente dall’Urss, proprio il 24 agosto del 1991, ben 35 anni fa. La chiesa è piena, soprattutto di donne, che vestono i loro abiti migliori, per celebrare una data così importante, soprattutto adesso, dopo oltre quattro anni di guerra in seguito all’invasione russa.
Signore non più giovanissime occupate per lo più come badanti, che magari nelle loro città natali facevano le insegnanti o le infermiere, che se ne sono andate da oltre vent’anni, e che lavorano nelle nostre case con il sogno, un giorno, di poter tornare nella loro di casa, a migliaia di chilometri da qui, quando bombe, missili e droni avranno finito di seminare morte.
Fede e identità
A celebrare la liturgia con rito bizantino, tra canti e incenso, è don Yulian Skaskiv, che guida la parrocchia personale Natività del Signore, creata ufficialmente lo scorso 31 maggio e che ha sede in Santa Maria della Carità, in via Musei. Il sacerdote di anni ne ha 36, uno in più della sua nazione. Di quando facevano parte dell’Unione Sovietica non ricorda nulla, mentre della «rivoluzione del 2004 ho ancora in mente la grande voglia di libertà e di indipendenza – spiega –. Prima, sotto i russi non si poteva nemmeno parlare, abbiamo invece combattuto la corruzione sovietica e oggi vogliamo essere europei».

Don Yulian, come prete, affiancato da don Yaroslav, fa quel che può, rivolgendosi a Dio affinché faccia fermare la guerra: «Da quel che sentiamo da chi è rimasto nella nostra terra, la situazione è veramente difficile. E qui noi, con il nostro lavoro, aiutiamo chi è rimasto là, raccogliamo denaro per sostenere chi ha perso tutto». Anche il pensiero di Oleski, uno dei rarissimi uomini presenti alla messa, è rivolto agli amici rimasti in Ucraina «e che ora sono al fronte, in prima linea. Io sono qui dal 1999 e lavoro come Asa, ma se dovessero richiamarmi sono pronto a tornare. Oggi è una giornata importante, perché è la festa della nostra bandiera».
Memoria e speranza
Tra le donne in coda per la confessione prima della lunga liturgia, qualcuna fa un cenno a quanto sta accadendo in questi giorni: «Ha visto che disastro? Le bombe su Kiev e i tanti morti di questi giorni? Putin è davvero un folle». Lidia aggiunge: «Mio figlio è stato ferito in guerra e ora è rimasto invalido, può immaginare come io mi senta».

Per Stefania, arrivata nella nostra città 25 anni fa, e che parla un italiano perfetto, celebrare la Giornata dell’indipendenza ucraina «significa mantenere viva la speranza di avere un Paese libero, visto che stiamo lottando con il sangue per restare indipendenti. Sarebbe una felicità per tutti esser liberi da ogni nemico, riuscendo a mantenere la nostra identità, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Io là ho le mie radici. Starò a Brescia a lavorare, dove mi sono trovata molto bene – continua – ancora per qualche anno, ma la mia intenzione è quella di tornare a casa mia, vicino a Leopoli. Noi ucraini però non abbiamo scelta, dobbiamo continuare a lottare per liberare la nostra terra».
Il pensiero ai caduti
E traducendo le parole di Don Yulian durante l’omelia spiega: «Questa è anche una giornata in onore di tutti coloro che sono morti in guerra, per ricordare ai giovani chi ha pagato con un prezzo altissimo per questa nostra libertà». «Il Vangelo di Matteo di oggi – conclude il sacerdote – ci parla di responsabilità. Se ci uniamo tutti per aiutare chi è rimasto nella nostra terra, possiamo vincere». Alla fine della celebrazione dai banchi si alza una voce: «Slava Ucraina». «Gloria all’Ucraina» traduce infine Stefania.



