Gianni Rodari scriveva che la lacrima di un bambino affamato pesa più di tutta la Terra. Forse avrebbe saputo dare un peso anche alle lacrime di bambini fatti uomini e affamati di pace perché costretti alla guerra. Quelle che versano ragazzi, padri e persino nonni in divisa durante le videochiamate alle famiglie lontane, di cui parla Artem Chapeye nel suo «La gente normale non va in giro armata» (Altre Cose/Iperborea, 128 pagine, 17,50 euro). Scrittore e giornalista ucraino, 45 anni e padre di due figli, il 24 febbraio 2022 – o semplicemente il Ventiquattro, data spartiacque inequivocabile, come spiega – ha messo al sicuro la famiglia e poi si è arruolato volontario nell’esercito.
Una scelta impensabile per un intellettuale di sinistra che aveva sempre fatto del pacifismo la propria bandiera. Nel libro racconta la quotidianità stravolta, il crollo di molte convinzioni e le sorti di una società invasa dalla concretezza di una guerra ritenuta impossibile, la crudezza del pensiero della morte e il trauma del ritrovarsi, gente normale, appunto, ad uccidere. Lo fa senza il filtro della storia, perché è tutto drammaticamente attuale. Chapeye stesso è tuttora nell’esercito. La maglietta verde mimetico indossata per l’intervista via internet ne è visibile conferma.
Il suo pacifismo è finito sotto le bombe russe. Oggi si considera un pacifista armato?
Continuo a considerarmi un pacifista. A volte la non violenza non è possibile. Voi italiani potete capirmi pensando ai partigiani e a «Bella Ciao»: «Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor» (cita in italiano, lingua che sta studiando). È ciò che ci è successo il 24 febbraio 2022. Alle bombe non puoi opporti con petizioni o scioperi della fame. Sogno il giorno in cui deporremo le armi, ma a chi chiede perché non ci arrendiamo rispondo come la premio Nobel per la pace Oleksandra Matvijcuk: se la vittima smette di combattere non finisce la guerra, inizia l’occupazione. Combattere per noi è solo il modo per non smettere di esistere.
Lei scrive di una guerra condotta da persone non nate per essa. E non accetta l’idea di categorie esenti dal combattere. Crede che la guerra mostri la vera natura delle persone, il valore che attribuiscono alla libertà?
Non dovrebbe servire una guerra per mostrarlo. Nessuno nasce per combattere, ma dirlo quando bisogna resistere diventa un pretesto: significa lasciare che lo faccia qualcun altro. È ingiusto, perché in democrazia siamo uguali. Ti costringono a combattere la storia e la sfortuna di avere un dittatore come vicino. Poi c’è chi si è arruolato dopo aver esitato, chi lo ha fatto subito ma poi ha lasciato, chi da civile serve come medico in prima linea. Anche chi non combatte spesso aiuta economicamente. Non si può giudicare.

Nel libro scrive di amici svaniti col suo arruolamento e di persone incontrate nell’esercito ora fondamentali. Pensa che questi legami sopravviveranno?
Credo che noi ucraini ci riconcilieremo, chi ha combattuto e chi no. L’esperienza è diversa e cambia i rapporti: sarò più vicino ai nuovi amici e un po’ più distante da chi si è allontanato, ma non li considererò nemici. La frattura riguarda solo chi ha giustificato la propria scelta dicendo di detestare il governo o il Paese. Non si tratta del governo, ma delle nostre case.
Lei è padre e nel libro parla del rapporto coi suoi figli. Cosa le chiedono della guerra e come ne parla loro?
Fanno domande semplici. Ho spiegato loro che ero nella polizia militare a sorvegliare prigionieri russi. Ora, da scrittore, lavoro come copywriter per l’esercito e non mi considero più un vero soldato. La cosa più difficile è stata spiegare ai miei bambini che li lasciavo proprio perché li amavo e volevo che tornassero a casa anziché vivere da rifugiati. Oggi studiano a Kiev. Credo sia il motivo principale per cui tanti padri si sono arruolati.
Nel 2022 la sorte dell’Ucraina pareva segnata. Invece, quattro anni dopo, persino Mosca e San Pietroburgo sono state colpite. Crede che anche solo sfatare il mito dell’invincibilità della Russia sia una vittoria?
Il mito dell’invincibilità russa è stato creato dalla Russia stessa, che ha perso il conflitto russo-giapponese, la Prima guerra mondiale e, come Urss, la guerra in Afghanistan. Nell’Armata Rossa della Seconda guerra mondiale combattevano soldati di 15 Paesi, ma Mosca si è appropriata di quella vittoria. È un Paese imperialista, come Usa e Cina. Spero che gli italiani lo comprendano.

Ai prigionieri di guerra russi lei garantiva sigarette e generi di conforto. Trattarli con umanità è segnare un punto morale?
È importante soprattutto per noi stessi: sentire di essere rimasti esseri umani e una società democratica. Combattere non significa diventare persone che violentano e torturano. Non si tratta solo di conquistare l’indipendenza, ma di non trasformarci in una società degradata come quella russa.
Lei teme che per generazioni resti la percezione dei russi come nemici. Si può evitarlo?
Sì, ma spetta alla Russia diventare un Paese democratico, chiederci perdono e istituire un tribunale che riconosca i criminali di guerra, come fece la Germania. Solo con la giustizia può esserci perdono. La deportazione dei bambini ucraini da rieducare è uno dei casi che invocano giustizia.
Come valuta la posizione dell’Ue verso l’Ucraina?
È il nostro alleato più affidabile. Non fa pressioni sull’Ucraina come gli Usa, che stanno sempre col più forte. L’Ue, nel suo insieme, è più coerente e desidero esprimere gratitudine per tutto ciò che ha fatto.
Molti ucraini vivono e lavorano in Italia. Vi supportano?
Sì. La maggior parte aiuta con raccolte e sostegno economico, soprattutto le badanti e i loro figli.
Pensa che la fine della guerra sia vicina?
Purtroppo credo serviranno ancora alcuni anni. La mia speranza è che Putin perda il potere. Se i russi faranno cadere il regime, tutto andrà bene. All’Ucraina non interessa invadere la Russia.
Ritiene di lottare anche per l’Europa e la sua libertà?
Penso che stiamo lottando per la democrazia in generale, ma non è una nostra scelta: è una questione geografica, siamo al confine tra Paesi più o meno democratici e Paesi più o meno dittatoriali. Fosse capitato a voi italiani, avreste fatto lo stesso.



