Futuro della Chiesa, il vescovo: «Tempo di scelte concrete e coraggiose»

Monsignor Pierantonio Tremolada: «Non ci fermiamo sulla soglia delle buone intenzioni»
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Concluso il convegno diocesano
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Non un semplice congedo, ma un vero e proprio manifesto programmatico. C’è gratitudine per il tanto lavoro fatto in questi giorni unito al ritmo incalzante della missione che ricomincia anche osando percorrere strade nuove. Nella chiesa del centro pastorale Paolo VI, il vescovo Pierantonio Tremolada ha concluso il convegno diocesano «Siamo la Chiesa del Signore: vogliamo essere tessitori di speranza».

Per sei giorni oltre 320 delegati hanno discusso, riflettuto, presentato idee (33 le proposizioni di sintesi analizzate), votato. «Abbiamo visto volti sereni e respirato un’atmosfera di pace - ha detto il pastore della Chiesa bresciana -. Ci siamo scambiati parole costruttive, con passione, lucidità e schiettezza».

«Abbiamo vissuto un momento di grazia», ha sottolineato il vescovo, fotografando un’atmosfera che molti delegati hanno descritto come una «melodia silenziosa». Il convegno non è stato un esercizio accademico né semplicemente una serie di tavole rotonde sull’organizzazione burocratica. È stato, piuttosto, «il luogo in cui la sinodalità ha smesso di essere una teoria per farsi carne, volto e incontro».

Incontri

La base di partenza sono stati i «lineamenta» che a loro volta hanno fatto sintesi di un cammino di circa due anni;oltre sessanta pagine nelle quali la realtà è stata fotografata senza sconti, un esempio: il documento ammette che il tempo della «cristianità» - intesa come modello sociale in cui la pratica religiosa era scontata - è definitivamente finito. Oggi nulla è più garantito: né il battesimo dei bambini, né il matrimonio religioso, né la partecipazione ai funerali. Questa «fede sospesa» è alimentata da un individualismo che trasforma la parrocchia in un distributore di servizi piuttosto che in una comunità coesa. Ma con il calo inesorabile dei sacerdoti anche questa «distribuzione di servizi» rischia di non essere più sostenibile.

«Abbiamo auspicato un cambio di paradigma della pastorale - ha detto mons. Tremolada - che dalla programmazione passi decisamente alla relazione»;e ancora: «Sarà necessario, come giustamente ci è stato raccomandato, compiere una semplificazione, un alleggerimento, che ritengo debba essere inteso nel senso della concentrazione su ciò che dal punto di vista evangelico va considerato essenziale. Non si tratterà di una semplice riduzione delle attività: non sarà sufficiente fare meno», perché «ci interessa l’alta qualità della vita di fede: sarà perciò necessario fare meglio».

Foto di gruppo dopo la messa - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Foto di gruppo dopo la messa - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento ha riguardato la natura stessa della missione della Chiesa. Riprendendo le riflessioni del cardinale José Tolentino de Mendonça, monsignor Tremolada ha ricordato che la missione non è un’incombenza che si aggiunge alle già gravose fatiche parrocchiali, al contrario, essa è la ragion d’essere di ogni comunità cristiana. Il territorio, in questa prospettiva, non è il semplice sfondo delle nostre attività, ma la sua «grammatica». Una Chiesa missionaria è quella che conosce la propria terra non «dall’alto di una scrivania», ma dal basso di un’attenzione quotidiana, empatica e affettuosa. È una Chiesa che non ha paura di guardare alle contraddizioni del mondo contemporaneo, che non si nasconde alle fatiche, ma che sceglie di abitare le grandi domande dell’umanità di oggi con le sue ansie, speranze, tristezze e angosce.

Le questioni

I temi toccati (sia nell’intervento del vescovo che, ovviamente, durante il convegno) sono stati molti e complessi: dall’ascolto dei giovani al rinnovamento dell’oratorio in chiave missionaria; dalla gestione dei beni della Chiesa (da porre coraggiosamente al servizio del bene evangelico) alla sfida dell’intercultura; fino alla valorizzazione della famiglia, chiamata a un compito educativo cruciale in un contesto segnato da nuove sfide identitarie e dal calo delle nascite.

«È stata una grazia - ha sottolineato monsignor Tremolada - prendere maggiore coscienza del valore del Vangelo, del tesoro che abbiamo da offrire a chi cerca con onestà il senso della propria vita, ma anche a chi appare incerto, disorientato, confuso e sfiduciato». Quindi il riferimento alla civiltà dell’amore sognata da san Paolo VI: «Ci presentiamo come umili testimoni della misericordia di Dio, che ha visitato il mondo, e rinnoviamo l’impegno a costruire una civiltà fondata non sull’odio ma sull’amore, non sulla violenza ma sulla mansuetudine, non sull’arroganza ma sulla tenerezza, facendoci operatori di pace e promotori di giustizia perché non venga meno la speranza».

Osare

Mons. Tartarri, il vescovo Temolada e il vicario generale mons. Gelmini
Mons. Tartarri, il vescovo Temolada e il vicario generale mons. Gelmini

Non temere di osare: il congedo è stato un appello al coraggio. Citando Leone XIV, monsignor Tremolada ha ricordato che nessuno potrà impedire alla Chiesa di «stare vicino alla gente, di camminare con gli ultimi e di servire i poveri». Ecco allora che «il discernimento autentico non si ferma alla soglia delle buone intenzioni: richiede passi concreti e una progettualità intelligente». Le tre parole consegnate all’inizio del percorso (gioia, speranza e comunione) sono state affidate ai delegati come impegno da mantenere vivo nelle loro parrocchie. Non sarà facile, ma l’entusiasmo (si è visto chiaramente) non manca.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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