Pasqua, il vescovo: «L’indifferenza alla guerra ultimo torto alle vittime»

L’intervista a mons. Pierantonio Tremolada: «Ognuno si impegni a essere operatore di pace nella propria vita quotidiana
Il vescovo Tremolada alla Veglia pasquale - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Monsignor Pierantonio Tremolada, partiamo dall’attualità, di fronte al dramma della guerra, che sembra non trovare fine, quale può essere il ruolo della Chiesa? Molti fedeli avvertono un profondo senso di impotenza.

È vero, quello che si respira oggi è un diffuso senso di impotenza che tocca profondamente ognuno di noi. Tuttavia, credo sia fondamentale fare un esercizio di realismo e responsabilità: dobbiamo capire bene cosa possiamo fare e, allo stesso tempo, avere l’umiltà di riconoscere ciò che non riusciamo a fare o che non dipende da noi. In questo scenario, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità a partire dalla posizione che occupa nella società. Chi ha il potere di prendere decisioni che hanno ripercussioni sulla pace internazionale deve rispondere alla propria coscienza.

  • La Veglia pasquale in Duomo
    La Veglia pasquale in Duomo - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Si rischia di abituarsi al racconto della guerra?

Purtroppo, è così, ma per noi, come comunità cristiana e come cittadini, la prima cosa da fare è non cedere all’assuefazione. Il pericolo più grande è abituarsi all’orrore, lasciare che ciò che in coscienza non può lasciarci tranquilli diventi normale. Serve quella che definirei una «santa indignazione». Dobbiamo coltivare la compassione: l’indifferenza sarebbe l’ultimo e più grave torto che potremmo fare a chi subisce ingiustizia.

Lei ha più volte sottolineato che l’impegno per la pace deve essere impegno di ognuno di noi.

È il tema dell’educazione. Dobbiamo educare e educarci alla pace, trovando strade nuove per far crescere questa sensibilità soprattutto nelle nuove generazioni. Nelle nostre relazioni quotidiane siamo chiamati a essere «operatori di pace». È un compito faticoso, ma è ciò che ci è chiesto oggi.

Siamo in tempo di Pasqua. In questo scenario così complesso, quale messaggio può dare oggi la Resurrezione? È ancora un annuncio capace di parlare al vissuto concreto delle persone?

Il messaggio pasquale è straordinariamente attuale proprio perché non è un annuncio astratto.

Che cos’è la Pasqua?

È la vittoria sulla morte, ma una vittoria che passa attraverso la morte, non che la evita dall’esterno. La resurrezione scaturisce dalla croce, da un sacrificio vissuto interamente come atto d’amore. È il trionfo dell’amore, ma è un trionfo che non conosce altre strade se non quella del dono di sé.

Come si veicola questo messaggio?

A livello sociale e relazionale, questo significa credere fermamente che la morte non ha l’ultima parola. Mi ha sempre colpito un passaggio della nostra tradizione: il Sabato santo, il Cristo che muore scende agli inferi. Ecco, egli scende nell’abisso per trionfare su di esso, ma il trionfo avviene proprio abitando quell’oscurità. Questo ci insegna a prendere sul serio il dolore e la morte, senza scivolare nella retorica. Se non condividiamo la sofferenza, se non entriamo nelle piaghe della storia, la nostra fede rischia di diventare una parola vuota. La Pasqua ci dice che la vita vince, ma solo se abbiamo il coraggio di stare dentro la realtà, così com’è.

Viviamo in una società sempre più segnata dalla solitudine, per riflettere sul tema quest’anno per la festa dei Santi Faustino e Giovita è stato scelto il motto «Insieme: meraviglie!». Cosa si può fare?

Il senso profondo è l’urgenza di un’alleanza sociale. Nel caso specifico, celebrare i nostri patroni significa riscoprire che non siamo monadi, ma una comunità. Il mio appello è che nessuno a Brescia si senta mai solo: dobbiamo costruire reti di vicinanza e supporto reciproco, perché la vera «meraviglia» nasce proprio dalla collaborazione e dalla cura dell’altro.

Nel suo discorso ha parlato di gratitudine e memoria. Come si conciliano questi sentimenti con le sfide attuali di Brescia?

La gratitudine verso i santi, verso chi ci ha preceduto è radicata nella nostra storia, ma deve diventare azione nel presente. Ricordando chi ci ha lasciato e chi ha servito la comunità, onoriamo le radici che ci tengono in piedi. La sfida oggi è trasformare quella protezione storica in una responsabilità collettiva: essere noi stessi custodi dei nostri concittadini più fragili.

Alla Veglia delle Palme ha consegnato ai giovani bresciani un messaggio forte: «Vi ho chiamato amici». Perché ha scelto di mettere l’amicizia al centro della fede oggi?

Ho voluto ripartire dalle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni perché l’amicizia non è solo un sentimento, ma una prospettiva e un’impostazione del cuore. In un mondo spesso frammentato, l’amicizia autentica è il cuore della fede cristiana: è la via che ci permette di riconoscere l’altro non come estraneo, ma come compagno di cammino. Essere amici nel nome di Cristo significa cambiare il modo di porsi verso gli altri, trasformando la diffidenza in accoglienza.

Lei ha affermato che «l’amicizia può cambiare il mondo» e può essere una «via per la pace». Cosa chiede concretamente ai giovani di Brescia per rendere questa visione una realtà quotidiana?

Chiedo ai giovani di essere cercatori e diffusori di amicizia in ogni ambiente che frequentano. L’amicizia è la vera alternativa alla violenza e all’indifferenza; è la «via per la pace» perché educa al dialogo e al rispetto profondo. Invito i ragazzi a non accontentarsi di legami superficiali, ma a fare dell’amicizia una scelta coraggiosa che sappia abbattere i muri e costruire ponti, diventando così autentici «tessitori di speranza» nella nostra società.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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