L’unione fa la forza per «individuare, candidare e coinvolgere» i giovani che non studiano, non lavorano e non stanno partecipando a nessun percorso formativo. Per la burocrazia si chiamano neet, acronimo che sta per «Not in education, employment or training», e hanno tra i 16 e i 29 anni.
Il fenomeno
Secondo una ricerca elaborata da Fondazione Cariplo e Università Cattolica sono coinvolti 2 milioni di italiani, 200mila lombardi e 10mila bresciani. La media italiana, e Brescia pare essere in linea, è del 15% dei giovani in quella fascia d’età.
Un problema? Certamente, sia per motivi sociali che individuali: l’inattività prolungata, infatti, genera disoccupazione di lungo periodo, isolamento, problemi di salute mentale ed esclusione sociale. Dalle indagini pare che l’istruzione giochi un ruolo centrale: secondo Eurostat i neet scendono tra le fasce di ragazzi che hanno una laurea e si alzano tra chi ha assolto l’obbligo scolastico. Da un recente studio sembra anche che l’istruzione della madre sia fattore protettivo che riduce nei figli il rischio di diventare neet: il 38,4% dei giovani che non studiano e non lavorano ha una madre con la licenza elementare, percentuale che diminuisce al crescere del livello di istruzione.
Il progetto
Nel Bresciano sono attivi diversi progetti per intercettare e reinserire i neet nel mondo del lavoro o della formazione; a tirare le fila di molti di questi è Flow (Future, learning, opportunities, work - Reti di Opportunità per la provincia di Brescia), iniziativa promossa da Confcooperative Brescia nell’ambito del bando regionale «ZeroNeet» (in collaborazione con Fondazione Cariplo) e una rete di oltre 40 cooperative sociali – 5 le capofila – e diverse realtà territoriali e istituzioni come Camera di Commercio, Fondazione della Comunità Bresciana, Centri per l’impiego, parrocchie e Ets. La finalità è l’armonizzazione delle azioni locali per ridurre l’inattività e l’esclusione sociale trasformando le singole esperienze in un modello integrato, replicabile e sostenibile.

Se ne è parlato ieri pomeriggio nella Sala Libretti Giornale di Brescia con i protagonisti: moderati dalla direttrice Nunzia Vallini si sono alternati il segretario generale di Confcooperative Michele Pasinetti, l’assessora regionale all’istruzione Simona Tironi e i responsabili dei 5 progetti territoriali che coprono l’intero territorio provinciale.
Le azioni
Le attività per favorire la riattivazione professionale e costruire relazioni significative passa da intercettare e agganciare i ragazzi, accompagnarli nel lavoro, anche tramite coaching, organizzare tirocini e laboratori e momenti di socializzazione.
La rete è fittissima con 251 soggetti: i principali sono 77 enti del terzo settore, 13 scuole, 42 aziende, 55 cooperative, 35 amministrazioni e pubbliche amministrazioni, 18 parrocchie e oratori. Il modello è quello di fare sistema, agire in sinergia mantenendo autonomia. I numeri importanti: 650 neet coinvolti finora, 210 tirocini e 380 giovani riattivati.
Il percorso preparatorio, attivato ad aprile 2025, ha previsto la raccolta e la valorizzazione dell’esperienza maturata dalle cooperative, la costruzione di un catalogo dell’offerta e il coinvolgimento delle istituzioni locali. Da qui sono nati cinque partenariati territoriali che coprono l’intera provincia e che aggregano, appunto, 40 cooperative. In cabina di regia c’è Confcooperative; a fianco la Provincia con i centri dell’impiego che si occupano della presa in carico facendo orientamento e attivando i percorsi, Camera di commercio diffonde informazioni e aggiornamenti su Flow e la Fondazione della Comunità bresciana che facilita la connessione tra profit e no profit. Con che fondi? Ben 3,7 milioni.
«Non è stato facile – ha detto Pasinetti spiegando il percorso iniziato più di un anno fa –, ma guardando al solo sistema cooperativo non saremmo andati lontani». La rete allargata ha permesso di andare al largo.
Ecco che i cinque progetti per 5 macroterritori provinciali sono diversi nell’approccio e nelle finalità, ma puntano a «intercettare, agganciare e trattenere» i neet con modalità non tradizionali. C’è chi, come Cauto, parte «con richieste produttive non troppo alte, pagando bene» per fa sì che i coinvolti «sboccino» e chi, come Fraternità, punta sul «meticciato operativo» avvalendosi di oltre settanta sostenitori. Il calabrone, invece, comincia «dalle precondizioni e, quindi, sui laboratori», prima di arrivare al lavoro vero e proprio. Ogni cooperativa parte dalla propria esperienza per arrivare ad unico obiettivo.
Come fare
La difficoltà maggiore è trovare questi ragazzi. Sollecitato dalla direttrice Vallini è stato Sandro Savelli di Cauto a spiegare che spesso sono gli insegnanti, gli allenatori o figure di riferimento ad attivare la rete: quel ragazzo che «è da un po’ che non si vede» deve dare il là ad un lavoro collettivo di sostegno. E proprio con questo spirito, da questa sinergia ed organizzazione senza precedenti, nasce uno strumento straordinario nella sua semplicità, un portale (www.reteflow.it) sul quale tutti (insegnanti, parenti, educatori, allenatori) possono segnalare un neet. Questi, infatti, difficilmente fanno il primo passo; tocca poi agli specialisti contattarli e «cucire addosso» ad ognuno di loro, secondo appartenenze territoriali e le varie inclinazioni, un percorso. E questo evita anche che si debba cercare il proprio territorio di appartenenza: ci pensa Flow.
«Non tutti poi trovano un lavoro – ha detto Pasinetti – alcuni tornano a studiare, altri prendono la patente. Ma tutto questo genera un cambiamento».
«Quelli dei neet sono numeri che fanno tremare i polsi – ha detto Tironi –, ma i tanti progetti stanno dando frutti e in un anno e mezzo i numeri ci danno ragione». E ha ricordato la partnership con Fondazione Cariplo e Banca Intesa nel raccogliere una cifra importantissima, 50 milioni.




