Diecimila ragazzi bresciani non lavorano e non studiano

È un acronimo inglese. Semplifica «Not in education, employment or training». Sono quei cittadini tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. Ormai conosciuti da tutti come neet. Secondo Fondazione Cariplo e l’Università Cattolica sono circa 10mila nel nostro territorio: un dato che rimane costante negli anni perché nel 2023 un’indagine della Cisl bresciana restituiva gli stessi numeri. In Lombardia i neet sono poco meno di 200mila, mentre se si considera tutta l’Italia si arriva a circa 2 milioni.
Negli anni sono state messe in campo diverse strategie per combattere il fenomeno, che è sì in calo a livello nazionale, ma rimane alto se confrontato con gli altri Stati europei. L’andamento –con percentuali diverse – è stato lo stesso ovunque: dopo la crisi del 2008 è iniziata una lenta ripresa, che ha permesso a molti ragazzi di trovare un’occupazione. Secondo un’elaborazione Openpolis basata su dati Eurostat, l’anno scorso l’Italia era al secondo posto in Europa per incidenza dei neet tra i cittadini con età compresa tra i 15 e i 29 anni. Sopra di noi solo la Romania. Mentre le nazioni che riescono a occupare o a far studiare più persone sono i Paesi Bassi, Svezia, Malta, Slovenia e Germania.
Istruzione
Il punto di partenza è l’istruzione. I dati Eurostat disegnano un quadro probabilmente già noto. In Italia le percentuali di neet scendono tra le fasce di ragazzi che hanno una laurea e si alzano tra chi ha il diploma o al massimo un livello di istruzione secondaria inferiore e superiore. Qui è però obbligatorio aprire una parentesi. Nel Bresciano, territorio ricco di opportunità lavorative nell’industria manifatturiera, molti giovani riescono a trovare un lavoro con un diploma professionale o tecnico. Questo non toglie che sia necessaria una riflessione a livello educativo e formativo. Due aspetti che influiscono sul percorso di vita dei ragazzi, anche una volta finita la scuola. È complicato essere autonomi: in Italia si esce di casa attorno ai 30 anni.
Fuori dai radar
I ragazzi che non lavorano e non studiano sono un numero consistente, che potrebbe però non essere del tutto veritiero. Un anno fa il Consiglio nazionale dei giovani (Cng) ha elaborato la ricerca «Lost in translation», secondo la quale 7 persone su 10 che fanno parte dei neet in realtà lavorano in nero. Nelle grandi città si arriva addirittura al 90%: questi ragazzi hanno affermato che tramite il lavoro sommerso hanno raggiunto un'autonomia economica dalla famiglia.
La presidente del Cng Cristina Pisani aveva commentato così la ricerca: «Mette in luce la complessità delle esperienze dei giovani neet in Italia e sono due le evidenze più significative: in molti affermano di seguire o aver seguito privatamente percorsi di autoformazione professionale. Tanti dichiarano una piccola autonomia reddituale frutto di lavori saltuari e irregolari o di proventi da attività online».
Differenze
Sempre secondo i dati Openpolis le percentuali più elevate di neet si trovano al Sud, principalmente in Sicilia, Campania e Puglia. Aree in cui sono più bassi i punteggi medi Invalsi di italiano in terza media. I 15 capoluoghi dove il fenomeno incide di più sono Catania, Palermo, Napoli, Messina, Caltanissetta, Agrigento, Trapani, Siracusa, Frosinone, Enna, Crotone, Reggio Calabria, Taranto, Como e Cosenza.
Anche al Nord ci sono però della zone caratterizzate da tanti giovani che non studiano e non lavorano. A Ventimiglia, in provincia di Imperia la percentuale di neet ha toccato addirittura il 42,1%. A Cannobbio, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola è arrivata al 40,7% e a Luino, Lavena Ponte Tresa e Viggiù in provincia di Varese si attesta attorno al 40%. Un problema dunque diffuso, al quale non è facile trovare una soluzione.
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