Economia

L’illusione dell’occupazione record e il calcolo fatto senza i neet

Quasi un terzo della popolazione in età di lavoro non viene presa in considerazione nella fotografia dell’Istat
A Brescia i ragazzi che non studiano e lavorano sono circa diecimila
A Brescia i ragazzi che non studiano e lavorano sono circa diecimila
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Alle scuole elementari ci insegnano che il «numero» è un elemento oggettivo, per vari cicli di studi manteniamo questa convinzione la cui validità possiamo definire come assodata. Con il tempo, però, riconosciamo nel dato un elemento che può prestarsi a valutazioni anche di natura soggettiva. Sulle statistiche impariamo presto che queste sono in grado di rappresentare fenomeni la cui validità va sempre verificata e valutata perché il dato sintetico può nascondere elementi assolutamente incapaci di rappresentare la realtà.

Se parliamo di vita media per una nazione il dato, per esempio, può nascondere il fatto che in alcune zone progredite questa è ben superiore di quanto si possa verificare in aree del paese sottosviluppate con oggettive e, spesso, rilevanti differenze di vita «media». Questo discorso vale anche per i dati sull’occupazione/disoccupazione perché la loro «oggettività» nasconde più facce della realtà occupazionale.

Iniziamo con il dire che i dati degli ultimi mesi non rappresentano reali elementi di variazione sia a livello delle singole voci, sia entrando nel merito di aggregazioni di voci. Qualche segno più si associa a qualche segno meno, qualche industria appare in positivo, altre in negativo. Una minima variazione negativa del trend occupazionale mensile e una, altrettanto minima, con il segno più degli inattivi non sembrano potere essere considerate rilevanti. Il Governo può celebrare, a ragion veduta, una serie di dati utili a livello propagandistico. L’indice generale di disoccupazione ha raggiunto un nuovo minimo storico, lo stesso vale per la disoccupazione giovanile. Provando, però, ad entrare nel merito dei dati qualche elemento di criticità compare.

Nel merito

Se è vero che gli occupati aumentano è giusto sottolineare che i «lavoratori autonomi» (un po’ superficialmente e genericamente definiti come il popolo delle partite IVA) rappresentano più di un quinto del totale, come un altro 10% continua ad essere assunto con contratti a tempo determinato. Di positivo c’è da registrare che i contratti «stabili» hanno un trend positivo (limitato).

Le tabelle Istat nascondono però un dato che finisce con il falsare tutti i ragionamenti fin qui portati avanti, perché evitano di computare chi tra i 15 e i 65 anni non cerca lavoro né studia (la sommatoria dei cosiddetti Neet e degli inattivi non studenti).

Questa «mancanza» droga il quadro generale sia perché toglie dal computo generale il 33,5% della popolazione in età da lavoro – parliamo di più di 12 milioni di persone –, sia perché tende a sottostimare il fatto che questa «categoria fantasma» è in progressiva crescita (se si esclude la fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni).

In sintesi la fotografia sul lavoro nel nostro Paese ci dice che il numero positivo di chi può appartenere alla fascia dei lavoratori nasconde sia un sottostima del significato che il precariato (Iva, co.co.co) ha sulle potenzialità di reddito da lavoro, sia, soprattutto, che un terzo dei possibili lavoratori non risulta in grado di disporre di fonti di entrate (legali). Queste considerazioni devono portarci ad accantonare visioni anche trionfalistiche sul lavoro e ci dovrebbero imporre riflessioni approfondite sulla necessità di avviare, rapidamente, serie politiche di inclusione lavorativa.

Questa necessità, naturalmente, deve anche partire dalla consapevolezza che, anche sul fronte lavoro, il nostro non è un Paese omogeneo. In generale, comunque, un Paese che non possa sostenere il proprio sviluppo attraverso il pilastro del lavoro, diffuso, stabile e adeguatamente retribuito non può mettere a terra energia sufficiente per affrontare le grandi sfide sociali ed economiche che stiamo vivendo. Più tardi arriveremo a comprendere questa esigenza più difficile sarà recuperare il tempo perduto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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