La libertà secondo i giovani e l’illusione dell’arbitrio

Il fenomeno delle baby gang e il dilagare della violenza fra i più giovani sono diventati tema ricorrente dell’informazione quotidiana. Scene di vandalismo filmate per i social, aggressioni compiute «per noia», sfide sempre più estreme. Tutti episodi che inquietano non solo per la loro brutalità, ma per ciò che rivelano: molti ragazzi vivono la libertà come puro arbitrio calcolato su immediati impulsi. La conseguenza è che il confine fra atti leciti e illeciti svanisce lasciando il posto all’anarchia dei singoli desiderata.
Dietro una simile violenza si cela una concezione della libertà per cui questa è concepita come «fare ciò che si vuole». A uno sguardo superficiale può sembrare un’autentica espressione dell’essere liberi: nessuno mi dice cosa fare, quindi sono davvero libero. Eppure, basta interrogarsi un istante per scoprire la fragilità di questa prospettiva. Se la libertà è solo espressione delle volontà di agire, allora il mondo si riduce a un campo di battaglia fra «voglie» contrastanti, ognuna pronta a imporsi sull’altra con la forza. Paradossalmente, un contesto così anarchico non garantisce reale libertà, ma solo la legge del più forte. Chi può fare ciò che vuole? Chi ottiene e detiene potere sugli altri, vantandosene pure.
Appare evidente che questo modo di intendere la libertà non può garantire l’esistenza di una società democratica e pacifica. Infatti, già nell’antichità greca e poi medievale, la libertà era immaginata come la capacità di volere il bene e di compierlo. Qui non si tratta più di obbedire ai propri impulsi, ma di scegliere consapevolmente ciò che appare giusto. Questa scelta è libera in quanto non nasce da una costrizione esterna, ma da un moto interiore, da una maturazione coscienziale. Pur ammirevole, quest’idea di libertà fa fatica ad affermarsi in una società pluralista come la nostra, dove non c’è spesso condivisione su ciò che è ritenuto buono e giusto. Di conseguenza, senza una cornice di senso comune, la libertà come volere il bene può tramutarsi in una sorta di elitarismo morale: chi sa cos’è il bene, ovvero i saggi, agisce per il bene proprio e per quello di tutti gli altri che non lo sanno, né lo sanno compiere.
Servirebbe, quindi, un principio semplice e ragionevole, a cui ogni cittadino possa far riferimento quando si domanda cosa sia la libertà. Questo principio fu esposto in epoca illuminista e suona così: «La libertà è la capacità di agire senza nuocere ad altri». Di conseguenza, le leggi esistono per educare o rieducare chi fra i cittadini non è ancora in grado di agire spontaneamente nel rispetto di tale principio. Infatti, in una società democratica, ciascuno è potenzialmente libero di perseguire i propri obiettivi, fare le proprie scelte, sviluppare la propria personalità (anche sui social), purché ciò non sia fatto per recar danno ad altri. Qui, la libertà non è un impulso egoistico, né un nobile fine etico astratto. Rappresenta un equilibrio dinamico fra persone che vivono insieme nel rispetto di norme atte a evitare oppressioni, prepotenze, abusi e soprusi. Questo è esattamente il concetto di libertà al cuore della democrazia moderna.
Perciò, solo sul fondamento ideale di una la libertà così concepita, si può ancora insegnare ad arginare la violenza mostrata con orgoglio nei reels. Di fronte alla stupida violenza agita nelle baby gang non basta indignarsi, facendo poi finta di nulla. Nemmeno basta aumentare le Forze di polizia, seppur siano di aiuto. Piuttosto, noi tutti adulti, genitori e insegnanti, abbiamo un compito educativo irrinunciabile: testimoniare ai nostri giovani figli e studenti che agire in libertà significa saper assumere in maniera consapevole il rifiuto della violenza e il conseguente dovere di evitarla.
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