Diploma falso per lavorare a scuola: condannata a risarcire 31mila euro

Un’assistente scolastica in licei e istituti tecnici della città aveva presentato un titolo di studio mai conseguito
Banchi di scuola
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Per anni ha lavorato in licei e istituti tecnici della città come collaboratrice scolastica, ottenendo incarichi e stipendi pubblici grazie a un titolo di studio che in realtà non esisteva e sosteneva di aver conseguito con il massimo dei voti. Ora la Corte dei conti della Lombardia l’ha condannata a risarcire lo Stato per danno erariale. Un conto da 31mila euro.

Al centro della vicenda c’è una donna di 36 anni entrata nel mondo del lavoro, come si legge nella sentenza, «mediante produzione di un titolo di studio falso«, dichiarato al momento dell’iscrizione nelle graduatorie del personale ATA. Grazie a quella dichiarazione, depositata una prima volta nel 2017, risultata poi non veritiera, la donna era riuscita a ottenere una serie di incarichi a tempo determinato, lavorando con continuità per diversi anni tra il 2018 e il 2022. Contratti che le hanno consentito di percepire complessivamente oltre 60mila euro di retribuzioni.

La sentenza

La vicenda è emersa a seguito di controlli sulla veridicità dei titoli dichiarati. Da lì è partita l’azione della Procura contabile e parallelamente è stato avviato anche un procedimento penale per falso e truffa. «Il processo contabile e quello penale sono reciprocamente autonomi» ha spiegato la Corte dei conti replicando alla difesa che aveva chiesto di sospendere il giudizio in attesa dell’esito penale.

Nel merito, i giudici non hanno avuto dubbi sulla responsabilità. La falsità del titolo è stata ritenuta provata e non contestata dagli avvocati della 36enne. «Non è pensabile che la donna potesse non essere consapevole di produrre un titolo artefatto» si legge in sentenza.

Il risarcimento

Più articolata invece la valutazione sul danno economico. In linea generale, la giurisprudenza contabile considera come danno «le retribuzioni percepite in modo indebito». In questo caso, la cifra iniziale superava i 60mila euro. La Corte ha però tenuto conto dell’effettiva utilità della prestazione lavorativa svolta sottolineando che «le mansioni di collaboratore scolastico sono di estrema semplicità e non richiedano necessariamente competenze specialistiche elevate». Un elemento rafforzato dal fatto che, durante gli anni di servizio, non risultano contestazioni o rilievi negativi sull’attività svolta dalla collaboratrice scolastica.

Alla luce di queste considerazioni, la Corte ha stabilito che il danno erariale deve essere del 50% rispetto agli stipendi percepiti. E così la condanna finale supera di poco i 31mila euro (31.332 per l’esattezza). Somma a cui si aggiungono gli interessi legali e le spese di giudizio che la donna dovrà restituire allo Stato.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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