De.Co., strumento dimenticato per proteggere la memoria dei paesi

Dalla tinca al forno di Clusane ai canunsèi de Sant’Antone di Castelcovati passando per la spongada di Breno: sono 78 le specialità che in terra bresciana possono fregiarsi della De.Co. Non semplici piatti, ma storie da gustare, ricette radicate nel territorio dal quale provengono.
La Denominazione comunale, però, non si limita alla tavola: «Sbaglia chi pensa alle De.Co. esclusivamente in termini gastronomici – spiega Marino Marini, scrittore, chef e gastronomo – travisando il pensiero originale di Luigi Veronelli che intendeva tutelare con un’ordinanza del sindaco un prodotto, una produzione artigianale, una manifestazione popolare».
L’obiettivo era (e resta) salvaguardare le testimonianze di un tempo che rischiano di andare perdute. Pochi, però, hanno davvero colto questa opportunità.
Nel Bresciano
In Italia sono De.Co., per esempio, i Fischietti di Rutigliano (Bari), l’arte del ricamo a Ravenna e il lavoro degli scalpellini di Montovolo (Bologna). Nel Bresciano il Comune che ha intrapreso con convinzione questa strada è Toscolano Maderno, che tra feste (come la Gara dello spiedo bresciano o i Madonnari per Sant’Ercolano) e produzioni artigianali (come la carta filigranata fatta a mano) può contare su una decina di De.Co. non alimentari.
A fare eccezione è anche Nave, che ha inserito tra le proprie De.Co. la vite. Per il resto, poco o nulla. «Un peccato – commenta Marini che, su invito di Gualtiero Marchesi, ha diretto per 15 anni, fino a poco prima della pandemia, la biblioteca della scuola Alma di Colorno (Parma) –. La nostra provincia è piena di manifestazioni e prodotti che potrebbero essere legati al paese al quale appartengono, tutelati e valorizzati con la De.Co. il cui iter è in capo al singolo Comune (servono delibera, registro, regolamento, ndr). Per rendersene conto basta sfogliare l’Atlante demologico lombardo a cura di Giancorrado Barozzi e Mario Varrini o l’Enciclopedia Bresciana curata da monsignor Antonio Fappani iniziata negli anni ’70 e oggi online grazie a Fondazione Civiltà Bresciana». Qualche esempio?
Curiosità
Marini ne ha decine. Si pensi all’antichissimo Carnevale di Bagolino, alla festa di Santa Croce che si svolge a Carzano di Monte Isola, alla ricerca e alla cattura del Badalisc ad Andrista di Cevo, alla Sagra dell’anatra di Angone o alla Festa dell’anitra a Capolaterra di Desenzano.
E ancora: il falò di Cà di Marco e la Sagra del pursèl di Fiesse, la Festa in Biolcheria a Longhena (con i casonsèi di Longhena) e la Sagra del Bassanel a Lonato (con il tipico chisol). Alcune tradizioni sono più note, altre sopravvivono nella memoria di pochi.
Tra queste, Marini ricorda il rito della stella: «Tra Natale e l’Epifania, nelle Valli, gruppi di cantori si spostano di casa in casa portando una grande stella illuminata (un tempo con una candela, oggi con una lampadina a batteria) o un presepio in scatola per raccogliere offerte».
Tradizione del sale
Altrettanto curiosa è la tradizione della distribuzione del sale a Ponte di legno. A proposito di luoghi della memoria che potrebbero essere valorizzati Marini cita «il mulino di Nuvolera che già nel XV secolo macinava le granaglie di questa popolazione agricola, assieme a quelli di Nuvolento e Mazzano; l’antichissima ghiacciaia di Scorzarolo, a Verolavecchia, particolare e quasi unica testimonianza dell’antica vita rurale della Bassa. E che dire delle doline del Parco di Cariadeghe e dei suoi büs del lat, anfratti naturali indispensabili per conservare i formaggi, le carni e i pesci?».
Giochi locali
Ricchissimo, poi, è il capitolo dei giochi locali: si va dalla bàla creéla (palla elastica) alla cicera bigia (variante bresciana della Scopa) passando per il Zök de le ciche (gioco delle biglie) senza scordare la lengalosta (un’antica variante del gioco delle bocce che unisce Serle e Vallio Terme).
La proposta che Marini fa alle comunità è semplice: «Recuperare tradizioni – un gioco popolare come quello di Serle, un prodotto come gli zoccoli (sgalmer) di Bagolino, la raccolta dei radic de l’ors di Treviso Bresciano – e, nel rispetto delle normative vigenti, salvaguardarle rendendole sostenibili e sicure affinché possano essere tramandate ai posteri».
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