Cronaca

«Quella notte del ’47»: il delitto dell’Alabarda raccontato da chi c’era

Nella nuova puntata del podcast «Delitti bresciani», dedicata all’omicidio del conte Giovanni Pellegrini Malfatti, la testimonianza di Albino Venturini, figlio dei custodi della villa di Desenzano in cui avvenne l’omicidio
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

Il conte Giovanni Pellegrini Malfatti
Il conte Giovanni Pellegrini Malfatti

Lui c’era, e ricorda tutto. Anche se aveva solo 11 anni e se in quelle ore febbrili dormiva. Lui in quella grande casa nobiliare, fino a quel momento, ci aveva sempre vissuto. I suoi genitori e sua zia ci lavoravano e lui, quando poteva, si divertiva con il cugino e il fratello a giocare tra il giardino e il lago. Con le sue parole, ferme e precise nonostante abbia compiuto 90 anni, ha ricostruito quello che per la cronaca bresciana è passato alla storia come il «delitto dell’Alabarda» anche se l’arma medievale era finita sulla scena del crimine solo per aprire il chiavistello di una porta e non, come ipotizzato inizialmente, perché usata per ferire a morte il conte Giovanni Pellegrini Malfatti.

Il racconto di Albino Venturini, nato il primo marzo del 1936 ma registrato solo un paio di giorni dopo, è quello della straordinaria testimonianza che accompagna la voce di Andrea Cittadini nella prima puntata della nuova stagione del podcast Delitti Bresciani che è ora disponibile sul nostro sito e su tutte le principali piattaforme di streaming. Nelle sue parole c’è tutto, la fotografia nitida della situazione di quella notte, la ricostruzione delle versioni date dai diversi protagonisti fino al ritrovamento della vera arma del delitto di cui è stato protagonista mentre, insieme alla zia, cercava lumache. Grazie ai documenti custoditi nell’Archivio di Stato di Brescia «Delitti bresciani» ripercorre l’indagine e il processo che ne è seguito, dal primo intervento dei carabinieri fino alla condanna diventata definitiva per l’uomo ritenuto responsabile del delitto, il cognato del conto, marito della sorella, e la voce di uno dei testimoni dell’epoca arricchisce la puntata.

Nella sua casa di Desenzano, Albino Venturini conserva ancora i ricordi di quel periodo, le foto in bianco e nero con i bordi ondulati scattate negli anni ’30 e ’40, le testimonianze della grandezza della famiglia Pellegrini Malfatti e della villa che loro, originari del Veneto, avevano voluto sul Garda all’inizio del secolo.

Albino Venturini nella sua casa di Desenzano
Albino Venturini nella sua casa di Desenzano

Albino, cosa faceva la sua famiglia negli anni ’40?

Mio papà e mia mamma erano i custodi e i tuttofare, facevano anche i fattori, della villa del conte Giovanni Pellegrini Malfatti e di sua sorella Maria Paola. Mia zia, che era rimasta vedova e aveva un figlio, era la governante. Tutti lavoravano per il conte. Noi bambini andavamo sempre lì, il conte che è stato ucciso era molto buono, ci lasciava andare in casa quando mia zia lavorava e girare nel giardino. Il conte Carlo, il padre di Giovanni, non mi è mai stato simpatico perché quando arrivava dovevamo uscire ad aprirgli il cancello. Quando c’era il conte vecchio non ci voleva neppure vedere nel parco, dopo che è morto nel 1941 e la casa è diventata del figlio, noi potevamo andare dappertutto. Però né lui né la sorella, che ha sposato un delinquente, hanno avuto figli. Non c’era nessuna discendenza e noi della famiglia di servizio eravamo gli unici bambini.

Cosa si ricorda della mattina del 29 marzo 1947?

Ricordo tutto. Ho visto tutto il trambusto, mio padre era stato portato in caserma a Brescia e appena mi sono alzato sono corso alla villa e ho visto il conto morto. Poi nel corso della giornata mia papà è stato rilasciato mentre la sorella del conto e suo marito sono stati tenuti dentro più a lungo. E poi mio padre mi ha raccontato poi tutto quello che era successo.

Qui non si parlava di altro, ci sono stati i carabinieri nella villa e comunque la famiglia era molto conosciuta. Alfredo Faotto, il marito della contessa, non faceva niente e non aveva niente. Viveva a Milano e veniva qui solo quando aveva bisogno di soldi. Aveva fatto degli affari con il conte ma non erano andati molto bene. Noi al primo momento abbiamo creduto al suo racconto, al fatto che c’erano stati due ladri. Io e gli altri bambini andavamo anche nei campi a vedere se c’erano delle tracce. Però c’è stata subito una cosa che non tornava. Faotto aveva detto si era svegliato perché sentiva dei rumori, come se ci fosse qualcuno che voleva entrare in casa e aveva chiamato il conte per andare a controllare. Ma quella notte c’era un temporale fortissimo, pioggia, vento e il lago molto agitato. Le finestre sbattevano, le ante erano in ferro, era impossibile che avesse sentito qualche rumore da fuori.

Come avete seguito le indagini?

Noi conoscevamo bene la casa, sotto c’era il salone, la sala da pranzo e la cucina e sopra le camere. Faotto l’ha convinto a scendere, sono passati dal salone e poi in cucina, mia zia lì teneva una coperta che metteva sul tavolo per stirare e il conte se la è messa in testa per ripararsi dalla pioggia. Sono passati dalla cantina e sono usciti dalla porta, Faotto è andato verso il lago, il conte ha risalito la scalinata che portava all’entrata principale e lo hanno trovato morto su quei gradini, con l’Alabarda lì vicino. Lui aveva anche un piccolo forellino sulla testa. Ma quell’arma antica era stata usata solo per aprire la porta

Nei giorni successivi gli investigatori hanno capito che era stato ucciso con una pistola e la cercavano, perlustravano il lago e tutta la zona attorno alla villa, dentro l’edera che copriva la recinzione. In quello stesso periodo però si è saputo, tramite le confidenze di altre persone che lavoravano a servizio, che Faotto aveva una pistola nella casa di Milano ed anche per noi allora ha preso corpo l’ipotesi che potesse essere stato lui.

Poi proprio Lei e sua zia siete stati determinanti

Un giorno che aveva piovuto, erano già passate tre settimane da quando il conte era stato trovato morto, io sono andato con mia zia verso la villa e, salendo le scale abbiamo visto delle lumache. Così abbiamo deciso di cercarle e prenderle, mia zia ha guardato tra il muro e l’edera e ha visto la pistola. A quel punto lei l’ha segnalata ai carabinieri e abbiamo saputo che era la pistola di Faotto e che era l’arma che aveva ucciso il conte. Noi dalla mattina in cui è stato portato via non lo abbiamo più visto, mentre la sorella del conte, quando si è capito che non c’entrava con il delitto è stata rilasciata.

Noi siamo rimasti lì altri otto anni, fino a quando la grande casa è stata venduta ai padri rogazionisti e siamo dovuti andare via.

Per tutti questi anni ha conservato il ricordo della vicenda

Il conte era solo e per noi era come uno di famiglia, e anche tutti noi del personale per lui. Quando non voleva stare solo veniva a fare una chiacchierata nella nostra cosa o quando noi eravamo alla villa per qualche motivo con i genitori o la zia c’era un bel clima.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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