La Lombardia ha un problema di sovraffollamento. Non di data center, almeno per ora, ma di aspiranti tali. Tutti vogliono un posto nella rete elettrica, molti meno hanno un progetto pronto per essere realizzato. Così, a quattro mesi dalla prima legge regionale dedicata ai centri dati, la Giunta Fontana è già costretta a rimetterci mano e correggere il tiro. L’obiettivo è distinguere gli investimenti dalle prenotazioni, possibilmente prima che il conto arrivi ai territori. Perché il futuro digitale promette investimenti miliardari, ma presenta un preventivo molto concreto: elettricità, acqua e suolo.
La geografia
La misura dell’assalto alla rete elettrica la dà Terna. Al 30 settembre in Lombardia risultavano 313 richieste di connessione per circa 49 gigawatt di potenza, ma soltanto 15, per complessivi 1,7 gigawatt, erano arrivate alla stipula del contratto. Un divario che racconta quanto sia affollata la fila e quanti pochi abbiano, almeno per ora, compiuto un passo ulteriore. Su un piano diverso ci sono le istanze progettuali: secondo i dati riportati da Reuters in ottobre, dall’entrata in vigore della legge regionale di giugno ne erano arrivate oltre 60, per circa 11 gigawatt. Se tutti quegli impianti funzionassero contemporaneamente a pieno regime per un anno, consumerebbero oltre 96 terawattora: più dei circa 65 consumati annualmente dall’intera Lombardia. Uno scenario puramente teorico, ma sufficiente a misurare la portata delle richieste.
E il Bresciano è della partita. Una ricognizione aggiornata al 31 agosto censiva nove richieste di connessione per 1.056 megawatt: il 4,23% delle 213 domande lombarde e il 3,19% dei 33.126 megawatt complessivamente richiesti nella regione. Un’altra mappatura, riferita al 30 settembre, restituisce un quadro assai più ampio: 4.670 megawatt distribuiti in quindici comuni bresciani. In testa Travagliato (950 MW), Ospitaletto e Nave (800 ciascuno), Brescia (720) e Flero (560). Seguono Chiari (200), Castel Mella (150), Montirone (100), Rovato (90), Manerbio (80), Gussago, Lograto, San Zeno Naviglio e Verolanuova (50 ciascuno), Lonato (20). Ma attenzione: i due rilevamenti non sono direttamente confrontabili. E soprattutto una richiesta di connessione non equivale a un impianto autorizzato. I gigawatt domandati non sono quindi energia «già consumata».
Terreni super valutati
La differenza, in assenza di criteri omogenei, non consente di misurare una crescita reale. Racconta semmai quanto sia difficile fotografare un settore in cui le intenzioni rischiano di essere scambiate per investimenti.
Non sempre, del resto, l’obiettivo è costruire. Dietro alcune operazioni si nasconde infatti spesso il cosiddetto permitting: ottenere le condizioni autorizzative per un insediamento e rivendere il terreno rivalutato, anche a prezzi sei o sette volte superiori a quelli di mercato. È proprio su questa distanza tra intenzioni e progetti che interviene la revisione approvata il 22 ottobre dalla Giunta, ora attesa al voto del Consiglio regionale. «I nuovi centri dati – spiega l’assessore alle Risorse energetiche Massimo Sertori – per poter avviare l’iter autorizzativo dovranno ottenere da Terna o dall’operatore di distribuzione la certificazione della fattibilità della connessione alla rete elettrica». L’intenzione è arginare le richieste prive di iniziative concrete, che complicano la pianificazione delle infrastrutture e alimentano discussioni su impianti destinati, forse, a rimanere sulla carta. Tradotto: non basterà manifestare interesse per una presa di corrente. Bisognerà dimostrare che esiste una soluzione concretamente realizzabile.
Le modifiche
La stretta riguarda anche ciò che serve a far funzionare queste gigantesche infrastrutture digitali. Anzitutto l’acqua, utilizzata in diversi sistemi di raffreddamento per disperdere il calore prodotto dai server. I nuovi impianti e gli ampliamenti dovranno adottare tecnologie capaci di limitarne sensibilmente il consumo. Il principio è chiaro, meno il parametro: nel comunicato regionale non viene indicata una soglia quantitativa oltre la quale un progetto diventa incompatibile con la disponibilità idrica del territorio.
Poi c’è l’elettricità. La quota non coperta da produzione rinnovabile autoconsumata dovrà essere acquistata attraverso accordi di approvvigionamento da fonti rinnovabili. Una distinzione tutt’altro che secondaria: comprare energia verde non significa necessariamente produrla accanto al data center, né eliminare la necessità di nuove infrastrutture elettriche. La sostenibilità della fornitura e la capacità fisica della rete restano due questioni differenti.
Infine il suolo, terreno di scontro anche politico. La legge di giugno già privilegia aree dismesse, degradate o da rigenerare. Le modifiche precisano le condizioni per costruire fuori dagli ambiti prioritari, consumando terreni agricoli. Se il progetto contrasta con il Piano di governo del territorio, servirà una variante urbanistica. Se invece il Pgt consente già l’insediamento, sarà necessario un piano attuativo, da sottoporre a Valutazione ambientale strategica quando gli effetti non siano stati precedentemente esaminati. Non un divieto assoluto di costruire sui campi, dunque, ma un percorso che chiama in causa la pianificazione comunale.
Solo d’ora in poi
«Rafforziamo la possibilità dei Comuni di governare queste trasformazioni», sostiene Sertori. Il punto è tutt’altro che pacifico: oltre 55 sindaci lombardi hanno chiesto di essere coinvolti nella revisione, lamentando l’assenza di una pianificazione condivisa. E i comitati contrari agli insediamenti chiedono una moratoria. La Regione prova a tenere insieme attrattività economica, sovranità digitale e tutela ambientale, mentre sui territori cresce la domanda di sapere non soltanto dove sorgeranno i server, ma chi ne sosterrà i costi.
La Lombardia vuole diventare una capitale europea dei dati, senza trasformarsi in un gigantesco parcheggio di server. La sfida è governare una corsa che, almeno sulla carta, ha già raggiunto dimensioni difficili da sostenere.
Le nuove disposizioni, una volta approvate, varranno soltanto per le domande successive all’entrata in vigore: i procedimenti già avviati resteranno soggetti alle vecchie regole. Una clausola pensata per tutelare gli investimenti, ma che lascia aperta la questione più delicata: quanto della corsa già partita potrà essere governato con i nuovi strumenti? Perché il futuro digitale ha bisogno di spazio, acqua ed elettricità. E nessuno dei tre, a differenza delle richieste di connessione, è disponibile all’infinito.




