Oggi i frigoriferi, domani gli impianti siderurgici. Gli attacchi informatici di questi giorni rivelano come siano ancora fragili e penetrabili i nostri sistemi. Una minaccia che non riguarda solo i dati e i computer, ma impianti industriali, infrastrutture e servizi essenziali. Ne parliamo con Giancarlo Turati, presidente di InnexHub ed esperto di cybersicurezza.
Gli attacchi di questi giorni rappresentano una novità?
«No. Alcuni mesi fa un episodio analogo si era già verificato in Francia. Da anni, inoltre, organizzazioni di pirateria informatica conducono test e prove generali di guerra ibrida su sistemi di regolazione traffico, prenotazione aerea, gestione flussi finanziari e telecontrollo degli impianti strategici. Gli attacchi di questi giorni non arrivano all’improvviso. Sono un ulteriore segnale di quanto sia rischioso sottovalutare fenomeni che, in un ambiente globalizzato, possono avere conseguenze su larga scala».
Qual è il punto debole dei sistemi?
«Tutto parte dai sistemi IoT, cioè dalla sensoristica connessa a Internet, e dai sistemi di controllo remoto. Ormai quasi ogni apparecchiatura, dagli elettrodomestici alle macchine utensili, fino agli impianti produttivi e alle automobili, dispone di funzioni di collegamento a distanza. In teoria servono ai costruttori per intervenire in caso di guasti o malfunzionamenti. In pratica, se uno di questi sistemi viene violato, può diventare una porta d’accesso all’intera rete».
Perché queste vulnerabilità non vengono corrette?
«Da anni si ripete che i sistemi di telecontrollo devono essere presidiati, protetti, verificati e gestiti. Nella realtà, però, spesso prevale l’esigenza di intervenire rapidamente per ripristinare un fermo macchina. Si finisce così per trascurare chi si collega, quali credenziali utilizza e se le password siano quelle standard del costruttore. Oppure si lasciano disabilitati i sistemi di autenticazione a più fattori, gli stessi che le banche usano per proteggere l’accesso ai servizi online».

È possibile intervenire prima che gli attacchi si ripetano, e come?
«È necessario farlo, ma non possiamo pensare che basti correre ai ripari oggi. Gli hacker potrebbero avere già individuato le strutture da colpire e acquisito credenziali valide da tempo. Il rischio è quindi quello di assistere a una sequenza di disservizi, con l’obiettivo di intimidire, preoccupare e danneggiare le economie. Occorre verificare i collegamenti, cambiare le credenziali compromesse e controllare che gli accessi siano autorizzati.
Quanto sono esposte le famiglie nella vita quotidiana?
«Pensiamo a quanti elettrodomestici acquistiamo e colleghiamo a Internet, spesso senza porci troppe domande. Oppure ai sistemi di telecontrollo che attraversiamo e utilizziamo ogni giorno, compresi quelli delle nostre automobili. La somma di queste connessioni ci espone in maniera sistematica. Non è più solo un problema informatico: riguarda la sicurezza delle infrastrutture e la continuità delle imprese».
Quale ruolo hanno le istituzioni e le normative europee?
«L’attivazione dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale dimostra che il problema non può essere sottovalutato. Normative europee come il Cyber Resilience Act e l’AI Act, spesso criticate perché onerose, sono un presidio importante. Servono regole, ma anche attenzione e consapevolezza da parte di chi utilizza questi sistemi».




