Cronaca

Il cuculo cambia nido: la campagna non gli piace più, preferisce la città

Un male, perché come spiega l’ornitologo Caffi ora prosperano la processionaria e l’hyphantria
Gianantonio Frosio
Un cuculo
Un cuculo

Lo schivo e solitario cuculo, detto cucco o cucù, ha traslocato. Nella Bassa il suo canto annunciava la primavera. Ora non più: stanco di vivere in una campagna troppo diversa da come piaceva a lui, ha preso i quattro stracci e, senza neanche salutare, ci ha fatto un bel «cucù» e s’è trasferito in città. Sono sempre i migliori che se ne vanno.

«Si evidenzia la scarsa presenza del cuculo in zone agricole altamente coltivate – conferma l’Atlante degli uccelli nidificanti in provincia di Brescia –, probabilmente per carenza delle specie elettive parassitate e di insetti. Frequente invece nelle zone boschive e collinari, nella fascia alpina e subalpina. Presenta varie nidificazioni nei centri delle città».

Effetto domino

L’ornitologo Mario Caffi spiega: «La popolazione di cuculi va in base ai passeriformi presenti in pianura, che sono in calo. È più facile trovarlo nei centri abitati, dove solitamente usa nidi di codirosso». Per una conferma basta tendere l’orecchio: anni fa la Bassa era un coro di cucù, oggi se ne senti un paio a stagione va di lusso.

Peccato, perché il cuculo è anche un alleato nella lotta all’hyphantria, la gàtola, che impesta la Bassa. «Immune alle sostanze tossiche e urticanti di molte larve pelose – aggiunge Caffi – mangia la processionaria e l’hyphantria. Quando quest’ultima è arrivata in Italia, gli uccelli, a cominciare dal cuculo, non la conoscevano. Ora che l’hanno assaggiata, se ne cibano». Meno cuculi più gàtole, che infatti staranno brindando con un prosecchino.

Citazioni vip

A proposito di vip, Giulio Andreotti disse: «Ha un forte senso della famiglia: infatti è bigamo e oltre». Esattamente come il cuculo, che depone le uova nei nidi di vari passeriformi. I quali, ignari dell’intruso, allevano i cuculini credendoli figli loro. Genitore degenere, ha mille virtù. Secondo una credenza popolare, madre natura ha forgiato un fungo apposta per lui: «èl sgabèl del cùco», sul quale si siede quando canta (direbbe De Filippo: non è vero, ma ci credo). Per via dei movimenti ritmici che ricordano il suo verso, alle prime trebbiatrici era stato dato il nome di «màchine del cùco». E l’orologio a cucù? E il gioco del cucù?

Protagonista di molte poesie, ha ispirato Beethoven (Sinfonia Pastorale), Vivaldi (Il cucù), Haendel (Il cucù e l’usignolo)... E film come «Qualcuno volò sul nido del cuculo» (dallo slang americano «cuckoo’s nest»: nido dei matti, manicomio. Volare sopra il nido del cuculo significa ribellarsi, come fa il protagonista). Addirittura, col suo canto le ragazze misuravano gli anni di attesa dal matrimonio: tanti cucù, tanti anni.

Cambiano le tradizioni

Un oracolo da incensare, insomma. Invece noi lo umiliamo, associandolo a persone ottuse. Come l’allocco (sinonimo di sciocco, babbeo), l’upupa («Ta sét gnorànt come ‘na böbo») e il tordo (uno poco furbo). Giovanni Scaramella gli ha dedicato una commedia. Inizia così: «Cùco i ghé dìs a giü mìo tàt riàt». Quindi: «Cùco l’è giü ché la moér la la ‘mbirdùlo sö, ma con sapiènso, dè möt ch’èl par cól cül èn dèl botèr, ‘nvéce l’è cói córegn èn crescènso». Da tonto a cornuto: di male in peggio.

Memorabile un’omelia di monsignor Giacomo Pernigo, parroco a Ghedi negli anni ‘80. Gli era giunta all’orecchio una vox populi, secondo la quale i sacerdoti erano scansafatiche. Finita la predica, guardò i fedeli negli occhi e disse: «Pensate che lavorino solo la domenica? Siete dei cucchi: dovevate fare il prete anche voi».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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