Cronaca

Cos’è l’acido picrico e perché può trasformarsi in un esplosivo

Un vecchio flacone di reagente è stato ritrovato nel sito dell’ex Caffaro: i motivi per i quali può diventare un problema, soprattutto col trascorrere del tempo
Il boccione
Il boccione

Per decenni è stato un reagente comune nei laboratori. Oggi, invece, quando riaffiora da uno scaffale dimenticato, può richiedere l’intervento di specialisti e procedure di sicurezza simili a quelle adottate per un ordigno esplosivo. È il caso dell’acido picrico, la sostanza trovata durante la bonifica della Caffaro di Brescia e poi rimossa e distrutta con un brillamento controllato.

Cos’è l’acido picrico

Dal punto di vista chimico, l’acido picrico – il cui nome scientifico è 2,4,6-trinitrofenolo – è un composto noto da oltre un secolo. In passato è stato impiegato in numerosi ambiti: nei laboratori di istologia per preparare campioni biologici, nell’industria dei coloranti, nella lavorazione della pelle e perfino, agli inizi del Novecento, come antisettico. Con il tempo, però, il suo utilizzo è stato progressivamente abbandonato proprio a causa della sua pericolosità.

Il punto è che l’acido picrico non è sempre uguale. Quando viene conservato correttamente, cioè immerso in acqua, è relativamente stabile e può essere manipolato seguendo le normali procedure di sicurezza previste per le sostanze chimiche. Il problema nasce se l’acqua evapora. A quel punto il composto si essicca e si trasforma in cristalli molto sensibili agli urti, alle vibrazioni, allo sfregamento e al calore. È questa la ragione per cui un vecchio flacone dimenticato per decenni può diventare un serio problema. Non perché il contenitore sia antico, ma perché nessuno può sapere, a colpo d’occhio, se al suo interno la soluzione acquosa sia evaporata completamente.

Delicatezza

Cos'è l'acido picrico
Cos'è l'acido picrico

C’è poi un secondo aspetto che rende la situazione ancora più delicata. Se l’acido picrico entra in contatto con alcuni metalli, può formare i cosiddetti picrati metallici, composti ancora più instabili della sostanza originaria. È anche per questo motivo che i vecchi contenitori con tappi metallici o con evidenti cristallizzazioni vengono considerati ad alto rischio: forzarne l’apertura o semplicemente spostarli senza le dovute precauzioni può essere pericoloso.

La pericolosità della sostanza è riconosciuta anche dalla normativa internazionale. L’acido picrico secco è contrassegnato dal pittogramma GHS01, quello con la bomba che esplode, utilizzato per identificare gli esplosivi.

È importante, però, distinguere tra la sostanza in sé e le condizioni in cui viene trovata. Un flacone conservato correttamente in laboratorio non rappresenta lo stesso rischio di uno rimasto chiuso per quarant’anni in un edificio abbandonato. Nel secondo caso il trascorrere del tempo può aver modificato completamente lo stato del composto, rendendo indispensabile l’intervento di personale altamente specializzato.

È proprio ciò che è accaduto alla Caffaro. Prima di qualsiasi operazione, il laboratorio è stato isolato e il recipiente affidato agli esperti, che lo hanno rimosso e trasportato in un’area sicura per la distruzione controllata. Una procedura che può sembrare eccezionale, ma che riflette una regola semplice: quando si ha a che fare con sostanze chimiche di cui non si conosce lo stato di conservazione, la prudenza viene sempre prima di tutto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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