Cronaca

Caso Singh, la figlia: «Voglio solo che i miei genitori cambino»

Durante il processo a carico dell’ex consigliere in Loggia, della moglie e del figlio maggiore i racconti delle compagne di classe, delle assistenti sociali e della psicologa che hanno seguito la minore delle figlie quando ha denunciato le violenze subite
Paolo Bertoli

Paolo Bertoli

Giornalista

Balwinder Singh - © www.giornaledibrescia.it
Balwinder Singh - © www.giornaledibrescia.it

«Non voglio che i miei genitori passino dei guai, ma che mio padre capisca e si comporti come i genitori delle mie amiche». È questa una delle confidenze più significative che la minore delle figlie dell’ex consigliere comunale di Brescia, Balwinder Singh, ha affidato alla psicologa del consultorio familiare che la sta seguendo dalla primavera del 2023 quando, con un biglietto anonimo durante una iniziativa scolastica contro la violenza di genere, ha denunciato quello che lei e la sorella vivevano da anni.

Una frase che è stata riportata ieri mattina in aula nel corso del processo a carico del 50enne di origini indiane. Lui e la moglie sono accusati di maltrattamenti in famiglia mentre il loro figlio maggiore, fratello delle ragazze, è accusato anche di violenza sessuale.

Il processo

Nel corso dell’udienza sono state sentite due compagne di classe della ragazzina, che nel 2023 aveva 15 anni, e che dal settembre precedente aveva cambiato scuola tra due diversi licei cittadini. Una delle ragazze ha spiegato che «quando siamo entrate in confidenza mi raccontava di quello che viveva in casa tra divieti, privazioni e le volte in cui veniva picchiata, mi ha detto che i suoi genitori, commentando il caso di cronaca di Saman Abbas, avevano detto che i parenti avevano fatto bene ad ucciderla». La studentessa, oggi all’università, ha raccontato «anche il suo nome lo ha scelto la sorella maggiore perché i genitori volevano il maschio e non la consideravano. Per questo ha un nome occidentale». Dopo i racconti degli insulti e delle privazioni che subiva le amiche hanno «cercato di convincerla a rivolgersi almeno ad un consultorio, ci abbiamo messo un mese a farle capire che doveva raccontare quello che succedeva».

Le amiche 

Un’altra compagna di scuola, ancora oggi molto vicina alla ragazza, ha spiegato «siamo migliori amiche. I suoi non volevano che si vestisse come noi, lei allora aveva doppi vestiti nello zaino, nascondeva le magliette più corte nei cespugli vicino a casa o altre volte le prestavo io miei capi di abbigliamento». Vivere l’amicizia come normali adolescenti però non è stato facile: «La sera non poteva uscire oltre le 21, se vedevamo altri dovevano essere solo ragazze. Quando ha avuto una relazione con un ragazzo l’ho coperta io, diceva ai suoi genitori che si incontrava con me ma vedeva lui».

Centrale il rapporto con la sorella che, da qualche tempo, esasperata dalla situazione che si era creata in casa, era scappata: «La vedeva di nascosto, lei veniva ostacolata nello studio. Quando stava preparando Latino i genitori l’hanno aggredita perché non aveva fatto le faccende di casa. Lei aveva assistito anche alle violenze del padre nei confronti della madre e voleva che fosse lei a denunciare ma non lo ha mai fatto. Dopo che erano stati convocati dagli assistenti sociali hanno provato a farle firmare un documento in cui diceva che non era vero niente». Entrambe le ragazze hanno mantenuto i contatti e hanno spiegato in aula che «dopo il primo periodo difficile in comunità ora sta molto meglio, all’inizio aveva incubi e si sentiva in colpa per quello che stava succedendo. La scorsa estate ha fatto bene la maturità e ora studia all’università».

Il sistema dell’assistenza sociale e psicologica

Nella seconda parte dell’udienza sono state ascoltate le assistenti sociali e le psicologhe che hanno seguito il percorso della ragazzina da quando la Procura per i minorenni ha chiesto di raccogliere informazioni fino al collocamento in comunità e le misure cautelari per i familiari. «Si colpevolizzava molto per non aver chiamato la Polizia quando ha assistito ad una aggressione a sua madre. Era molto preoccupata per la sorella, che se i genitori avessero scoperto che era andata a convivere con il fidanzato e non si era fatta ospitare da amiche l’avrebbero ammazzata».

Sulle prime «la prospettiva di un matrimonio combinato per lei era lontana. Aveva vissuto bene la festa di fidanzamento del fratello e sperato che la nuova cognata fosse una sua alleata e che anche la madre alla fine avrebbe scelto le figlie invece della violenza del padre. Quando ha capito che le altre due donne si erano allineate agli uomini ha avuto un periodo di depressione e poi ha accettato il trasferimento in comunità».

Balwinder, la moglie e il figlio maschio «da quello che ci raccontava la ragazza avevano comportamenti manipolatori, si presentavano agli incontri mostrando aperture ma in casa non cambiava nulla, Balwinder era molto infastidito dalla presenza del mediatore culturale». Uno degli episodi che ha fatto capire alla ragazza che nulla era cambiato è accaduto «quando ha avuto bisogno di cure odontoiatriche che il padre ha pagato dicendole che poi tanto sarebbe andata in sposa ad un uomo ricco scelto da loro». Anche psicologhe e assistenti sociali hanno confermato che «non ha mai dato problemi in comunità, frequenta l’università e lavora per mantenersi, sta costruendo il suo futuro».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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