Erano arrivati a Brescia con la promessa di un lavoro. Sono rimasti vittime di un sistema di sfruttamento. Un vero e proprio centro di reclutamento dove lavoratori indiani e pakistani, sarebbero stati agganciati, sistemati in alloggi sovraffollati, trasferiti e poi impiegati nei lavori della nuova diga foranea di Vado Ligure. Guadagnando tra i 5 e i 7 euro all’ora.
Ed è nel Bresciano il cuore dell’inchiesta della Procura di Savona, che ha portato a otto arresti per caporalato: tra residenti in città e provincia, società con sede a Brescia, attestati di formazione che per l’accusa sarebbero stati falsi e un meccanismo di restituzione di parte dello stipendio che avrebbe «trasformato la paga in una leva di controllo».
Diversi indagati risultano residenti a Brescia, mentre nella ricostruzione investigativa un ruolo centrale viene attribuito alla JH Costruzioni srl, società con sede in città e per la quale è stato disposto il controllo giudiziario e un sequestro preventivo di 277mila euro. L’amministratore unico della società, Sandeep Singh detto Sony, indiano di 44 anni, è finito in carcere e con lui i connazionali Hira Singh, anche lui tra gli amministratori dell’attività bresciana e i dipendenti Gagandeep Singh detto Gagan, Nawab Singh, Harpal Singh Dhot, Waseem Akhtar e Sandeep Singh. La società con sede in città viene definta dal giudice nell’ordinanza: «un sicuro centro di riferimento per l’illecito reclutamento di cittadini indiani e pakistani di lingua punjabi, in condizioni di estrema indigenza».
L’indagine nasce il 23 maggio 2025 da un intervento dei carabinieri a Vado Ligure, dopo che due operai avevano chiesto aiuto perché non riuscivano più ad accedere al cantiere. Da quell’episodio, secondo il Gip, è emerso «un fenomeno di sfruttamento sistematico di lavoratori extracomunitari» impiegati nel porto ligure.
I testimoni
Gli stranieri hanno raccontato di paghe inferiori a quelle dovute, di somme restituite in contanti ai presunti sfruttatori, di trattenute per l’alloggio e di minacce legate alla perdita del lavoro o della casa. Il Gip parla di «retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi» e sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato. Il profitto complessivo ipotizzato viene quantificato in almeno 277mila euro.
Secondo le testimonianze agli atti, alcuni lavoratori sarebbero stati sistemati in appartamenti sovraffollati, con decine di persone e condizioni definite degradanti. In alcuni casi, stando alle indagini, agli operai sarebbe stato imposto persino di procurarsi a proprie spese dispositivi di protezione come casco, guanti e attrezzatura da lavoro. Portano alla provincia bresciana anche le contestazioni che riguardano gli attestati di formazione. Sotto i riflettori, una serie di corsi che sarebbero stati falsamente documentati a Chiari per dimostrare la preparazione alla sicurezza di lavoratori che, secondo l’accusa, in quelle date non avrebbero frequentato realmente le lezioni o si sarebbero trovati altrove.



