Non sono invisibili. Non sono fantasmi. Sono sfruttati, sono emarginati, sono subalterni. Sono quelli che anche chi non si sente coinvolto e si crede assolto considera scarti della società. Sono decine di migliaia, da Nord a Sud. Fanno vite orrende, sono sottopagati e sotto ricatto, vengono sottoposti a violenze, rischiano la vita. Dalle nostre auto fresche d’estate e calde d’inverno li notiamo chini sotto al sole per qualche attimo mentre andiamo al lavoro o al mare. Li incrociamo al tramonto in bicicletta a bordo strada verso le loro baracche.
Affollano le roventi campagne calabresi e pugliesi, dell’Agro pontino e del Casertano. Sono il motore di alcune filiere agricole del Nord. Resistono anche in provincia di Brescia, come raccontano le cronache dei blitz della Guardia di Finanza.
Li guardiamo, forse persino ci pensiamo qualche momento, poi distogliamo lo sguardo. Non sono invisibili, sono visibili. Ma noi decidiamo di non vedere e di far finta di niente. Perché preoccuparsi? In fin dei conti sono migranti, per qualcuno la grande causa dei nostri mali moderni. Passano gli anni, i decenni e i secoli ma alla fine si torna sempre allo straniero, all’Altro.
E poi diciamocelo: fa comodo a tutti pagare i pomodori un euro in meno al chilo. Perché sì, è grazie a questi esseri umani svuotati della propria persona – costretti a ripagarsi il debito del viaggio col quale hanno attraversato il Mediterraneo o ripagati con un pasto in cambio di 10 ore di sfruttamento – che si regge una fetta del nostro benessere.
Ci impressiona, però, la strage materializzata davanti agli occhi. Waseem, Amin, Safi e Ullah avevano 29, 28, 27 e 19 anni. Volevano il giusto per raccogliere le fragole nelle campagne della Basilicata. Per aiutare le famiglie nei loro Paesi di origine lavoravano senza essere pagati, dormivano su materassi a terra e mangiavano con un cucinino. Ricevevano cibo e avevano un alloggio, ma di soldi neanche l’ombra e anzi i caporali pretendevano da loro cinque euro per il trasporto alle campagne. Hanno detto basta. E i due caporali della zona li hanno rinchiusi in un minivan dentro una stazione di servizio, li hanno cosparsi di benzina e hanno appiccato il fuoco con un accendino. Non erano invisibili, eravamo noi a non volerli vedere.
Due anni fa il bracciante agricolo Satnam viene mutilato da un macchinario mentre lavora in un’azienda agricola in provincia di Latina. Invece di allertare un'ambulanza, il datore di lavoro lo carica su un furgone e lo scarica in condizioni gravissime davanti casa. Dopo il suo corpo getta a terra anche l'arto reciso. Satnam, senza permesso di soggiorno, muore a 31 anni. Non era invisibile, eravamo noi a non volerlo vedere.
Caporalato è una parola vecchia. Richiama alla mente un mondo antico, che neppure la modernizzazione agricola riuscì a spazzare via. La definizione comparve nei dizionari italiani nel 1978 e riguardava soprattutto donne e braccianti del Sud. Per la coscienza collettiva il caporalato è ancora chiuso nelle pellicole dei documentari della Rai. Ma è negli ultimi trent’anni – con i flussi migratori dall’Africa, dall’Asia e dall’Est Europa – che ha cambiato radicalmente volto, trasformandosi nella schiavitù moderna ai danni degli ultimi, dei vulnerabili, dei deboli. Quelli che continuiamo a non voler vedere.




