Cronaca

Caffè sempre più caro: «A Brescia tra poco 1,40 euro alla tazzina»

La previsione è di Paolo Uberti di Trismoka, che spiega come i rincari e il mercato incidano sull’espresso, che a Bolzano costa 1,51 euro. Thomas Tognoli del Caffè Gramsci: «È ancora troppo poco, non c’è rispetto per la filiera»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Due tazzine di caffè
Due tazzine di caffè

Toglietemi tutto, ma non il mio caffè. Anche se berne uno al bar comincia a essere un problema, anche se non costoso quanto un pieno di benzina: a Brescia un espresso costa in media 1 euro e 30 centesimi. «Ma mi aspetto che entro la fine dell’anno salga a 1,40», dice Paolo Uberti, patron di Trismoka, la torrefazione sebina che serve un migliaio di bar della città e della provincia. La colpa è dei rincari, che sono arrivati anche lì, nelle tazzine degli italiani. Ma non solo. E anche se non sarà ancora come berne uno all’estero – in Europa la cultura dell’espresso veloce al bancone non esiste e un semplice «coffee» costa raramente meno di 3 euro –, il caro caffè si fa sentire anche al bar.

I rincari

Guardiamo prima di tutto ai dati. In cinque anni il prezzo medio di un espresso in Italia è aumentato del 24,2%, passando da circa 1,04 a 1,29 euro. Secondo i dati del Mimit elaborati dal Centro di formazione e ricerca sui consumi con Assoutenti, oggi in 11 province la tazzina costa almeno 1,40 euro, con il picco di 1,51 euro a Bolzano. Gli aumenti, però, non dipendono soltanto dal costo del caffè: negli ultimi anni sono cresciuti anche i costi energetici, logistici e di gestione sostenuti da bar e aziende. La materia prima resta comunque cara: secondo illycaffè, il prezzo dell’Arabica è aumentato dell’80% rispetto al 2021, nonostante il recente ridimensionamento delle quotazioni rispetto ai picchi del 2025. E il rischio di nuovi rincari resta aperto, anche per gli effetti climatici che potrebbero colpire le produzioni agricole.

«C’è ancora qualcuno malauguratamente vende una tazzina di caffè a 1,10-1,20 euro», dice Uberti, «ma credo sia un grave errore di concorrenza, perché si perde di vista la marginalità, visti i costi. Negli ultimi tre anni è successo di tutto. Io importo caffè da Brasile, Costa Rica, Colombia… Abbiamo visto un aumento del costo della materia prima del 300%. Quest’anno è calato del 10%, ma siamo ancora molto al di sopra della normalità. A questo aumento si sono aggiunti due grandi temi europei che hanno avuto un peso importante sul prezzo del caffè. Il primo è la legge Eudr, che impone agli importatori europei di pretendere dai Paesi produttori una certificazione che dimostri che il caffè provenga da zone non deforestate negli ultimi anni, a partire dal 2020. L’obiettivo, cioè il rispetto del pianeta e dell’ambiente, è nobile e ragionevole. Il problema è che questa normativa riguarda soltanto i Paesi dell’Unione europea. I Paesi produttori, quindi, preferiscono destinare il caffè ad altri mercati. E, laddove hanno continuato a venderlo agli europei, hanno preteso un prezzo più alto per adeguarsi a una normativa che per loro è nuova e complessa».

Paolo Uberti, patron di Trismoka
Paolo Uberti, patron di Trismoka

I costi della filiera

A questo si aggiungono i noli marittimi. «Quelli sono aumentati anche di sei volte, soprattutto a causa delle tensioni geopolitiche e delle guerre. Importare il caffè oggi può costare sei volte di più rispetto a prima. Tutto questo si riflette inevitabilmente sul prezzo della tazzina, perché ci sono stati aumenti inauditi lungo tutta la filiera». Uberti si riferisce soprattutto al costo dell’energia. «Il caffè viene tostato utilizzando energia elettrica e gas. L’energia elettrica per noi pesa il 30-40% in più rispetto ad altri Paesi europei. E poi ci sono il petrolio e il gasolio, che incide sui costi di trasporto e su tutti i materiali derivati dalla plastica: sacchetti e imballaggi sono aumentati moltissimo. Per un’azienda come la nostra, che è tra le principali torrefazioni bresciane nel servizio ai bar, questo aspetto pesa molto. Abbiamo 12-13 furgoni che girano tutti i giorni e il prezzo del diesel  incide tantissimo. Per non farci mancare nulla, c’è poi la situazione in Colombia, uno dei principali produttori mondiali. Il terremoto e la situazione politica ed economica hanno portato a uno stop alle esportazioni. Quando si ferma uno dei grandi produttori, aumenta il prezzo del caffè per tutti, perché sono sostanzialmente tre i Paesi che determinano il mercato: il Brasile, il Vietnam, che è il principale produttore di Robusta, e la Colombia. Tutti e tre stanno attraversando delle difficoltà. In Borsa il prezzo è impazzito e diventa difficile acquistare la materia prima. Io stesso sto cercando di acquistare caffè».

Gli aumenti

L’aumento, quindi, per i torrefattori diventa obbligatorio, anche se Trismoka ha cercato di contenerlo negli ultimi tre anni. «Come noi, tutte le torrefazioni hanno applicato aumenti in maniera limitata, sperando in un abbassamento del prezzo in Borsa. Ma siamo ancora in attesa». Un’attesa che potrebbe terminare, così come la loro pragmatica pazienza. «Se la situazione rimane questa dovremo rivedere i prezzi al rialzo, magari anche solo di un euro al chilo. È un aumento che non incide moltissimo sul prezzo della tazzina al bar, ma qualcosa comporta. Perché un bar non ha solo i sacchi di caffè: ha anche il costo del personale, i costi dell’energia... Oggi è difficile pensare che i prezzi possano restare così. Ecco perché sono convinto che da qui a dicembre il prezzo medio della tazzina potrebbe arrivare a 1,40 euro. Non mi fa piacere, ma serve per dare linfa vitale alle imprese e permettere almeno di recuperare la redditività di tre anni fa. Altrimenti diventa difficile fare investimenti, per esempio nella sostenibilità, nella tecnologia e nelle assunzioni».

Il caffè nei bar

A confermare questi rincari sono gli stessi bar. Che, dal canto loro, per ora non subiscono conseguenze sul numero di caffè versati: in Italia nei primi cinque mesi del 2026 gli accessi ai bar sono rimasti stabili rispetto all’anno precedente.

Sempre prendendo come riferimento il centro, c’è chi ha dovuto aggiungere venti centesimi a ogni tazzina in un anno e mezzo, come ci svela Andrea, barista in una delle caffetterie più frequentate del centro storico: «Da noi ci sono stati due rincari da dieci centesimi e ora un espresso costa 1,40 al banco e 1,60 al tavolo», spiega. «La stessa cosa – aggiunge – accade in Valtrompia: la mia famiglia ha un bar e anche lì è aumentato il prezzo al cliente». Città o provincia, dunque, non ci si scappa.

Il mondo degli specialty coffee

I prezzi naturalmente variano a seconda di numerosi fattori: dalla posizione al tipo di caffè, come per esempio gli specialty coffee, che in centro si possono trovare in numerosi locali, come per esempio Tostato, Estratto e Caffè Gramsci. Thomas Tognoli, titolare di quest’ultimo, è perfino più realista: «1,40 a tazzina è ancora troppo poco, non c’è rispetto per la filiera e per la qualità del caffè».

Di qualità parla anche Alberto Nevola, titolare di Tostato, locale in via Porcellaga a Brescia. «Il bar tradizionale appartiene a una filiera di caffè industriale che lavora sulla logica del ribasso e della scalabilità. L’approvvigionamento avviene attraverso caffè quotato in Borsa e quindi il prezzo dipende anche da quello. Il mondo specialty è diverso. Si riferisce comunque ai prezzi del caffè commerciale – spiega –, ma questi caffè hanno una filiera leggermente diversa. Il produttore stabilisce un prezzo sulla base di un parametro qualitativo: ci sono commissioni internazionali di assaggio che valutano il caffè, che viene poi inserito nel mondo “specialty”. L’azienda produttrice, il coltivatore, non è necessariamente il piccolo contadino, ma può essere un’azienda virtuosa che innova, portando benefici a livello territoriale e comunitario e garantendo vantaggi lavorativi a chi vive e lavora lì».

Quello che varia per loro è dunque questo: i produttori producono sia caffè commerciale, sia caffè specialty. Il prezzo dello specialty si basa su quello del «mercato normale», ma aumenta poi in funzione della qualità. E così chi sceglie di bere un caffè in una caffetteria di questo tipo, sa che il costo più alto è motivato dalla qualità. «Se un bar sceglie quella materia prima, non fa una scelta di prezzo, ma di qualità. Ecco perché da noi a settembre l’espresso arriverà verosimilmente a 2 euro a tazzina».

Quanto all’aumento dei prezzi, per Nevola è bene guardare in faccia la realtà. «La caffetteria è un settore in difficoltà, non solo per gli aumenti ma anche perché i costi del personale hanno un’incidenza maggiore rispetto ad altri comparti. Tutte quelle attività che dipendono esclusivamente dalla vendita di caffè – le brioche e le torte sono marginali – hanno avuto la necessità fisiologica di aumentare i prezzi, per vivere e per pagare le collaboratrici e i collaboratori in maniera dignitosa. Ma le caffetterie più virtuose mentre aumentano il costo del caffè in tazza formano anche il personale in modo che sappia cosa sta versando in tazza. Aumenta il prezzo, è vero, ma si lavora in condizioni migliori, si viene pagati correttamente e si impara un’arte».

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