Una volta il verde nelle caffetterie era quello del latte e menta. Oggi, invece, è il colore del tè matcha. Un verde diventato iconico, lattiginoso, perfetto per creare contrasto in bicchieri trasparenti appoggiati sapientemente accanto a laptop color panna, libri sottolineati e tavoli in legno chiaro. Basta aprire qualsiasi social o entrare in uno dei nuovi coffee shop modaioli per rendersi conto che il matcha non è il protagonista di questa scena, ne è la firma. Un accessorio culturale. Quasi uno stile di vita.
Del resto, viviamo in un’epoca in cui il consumo passa sempre più attraverso l’estetica. Prima ancora del gusto, arriva l’immagine. E il matcha, da questo punto di vista, è perfetto per richiamare la natura e suggerire calma, lentezza e benessere. È superato, quindi, il nero lucido dei vari speciality coffee in tazza. È superato il minimalismo da caffetteria nordica. Il verde del matcha introduce qualcosa di diverso: una sensazione più organica, quasi terapeutica.
Origini e lavorazione del matcha
Ma prima di diventare una tendenza globale, il matcha è soprattutto una bevanda antichissima. Sì, perché stiamo parlando di un tè verde le cui origini affondano nella Cina della dinastia Song (X-XIII secolo). Da qui i monaci buddhici lo esportarono in Giappone, intorno al XII secolo, diventando così nel tempo una tradizione profondamente giapponese.
Il matcha si ottiene da foglie coltivate all’ombra nelle tre-quattro settimane precedenti alla raccolta, grazie a un processo che ne intensifica il colore dovuto all’aumento della concentrazione di clorofilla. Una volta raccolte, le foglie vengono prima cotte a vapore per bloccarne l’ossidazione, poi essiccate, e infine private dei gambi e delle nervature prima di essere macinate — lentamente, su macine di pietra — fino a diventare una polvere sottilissima dal verde acceso. A differenza del tè tradizionale, che si lascia in infusione, il matcha viene sciolto direttamente nell’acqua calda e bevuto interamente.

Nella tradizione della cerimonia del tè giapponese, ogni gesto, dalla temperatura dell’acqua al movimento del «chasen» – il tipico frustino in bambù – segue un rituale. Un mondo fatto di lentezza, attenzione e disciplina estetica che oggi, inevitabilmente, sui social viene reinterpretato in chiave contemporanea. E così il matcha è passato ai coffee shop occidentali, trasformandosi in iced latte con latti vegetali, dessert color pisello e ingrediente fisso nelle morning routine delle influencer online.
Proprietà, percezione e linguaggio del benessere
Sì, perché il suo successo non nasce certamente soltanto dal gusto – erbaceo, intenso, a tratti quasi marino e non sempre immediato – ma dall’idea di benessere che si porta dietro. Da anni il matcha viene associato a proprietà antiossidanti, rilascio più graduale della caffeina e maggiore concentrazione. Ma soprattutto comunica una forma di energia diversa: meno frenetica, più controllata, quasi «gentile». Merito, in parte, della «L-teanina», un amminoacido presente in concentrazioni particolarmente alte nel matcha proprio grazie alla coltivazione all’ombra. È lei che, interagendo con la caffeina, attenua il picco di energia tipico del caffè e lo trasforma in qualcosa di più stabile e prolungato — quello che in inglese viene spesso chiamato «calm focus», una lucidità senza tensione. Si potrebbe dire, quindi, che non è solo marketing, ma anche un pizzico di chimica.
E forse è proprio questa combinazione – storia millenaria, rituale contemporaneo e proprietà reali – a spiegare perché il matcha abbia attecchito così profondamente, e non solo come trend estetico.
Le contraddizioni del consumo moderno
Eppure, come spesso accade, c’è qualcosa di profondamente contraddittorio in tutto questo: una bevanda nata per rallentare il tempo, consumata sempre più spesso in formato istantaneo, fotografata e postata prima ancora di essere bevuta. La cerimonia del tè prevedeva silenzio, presenza, un gesto pensato alla volta. Quello che è rimasto, nella versione globalizzara e social del matcha, è soprattutto l’estetica di quella lentezza. Il che non è necessariamente un male: le tradizioni sopravvivono anche ibridandosi. Ma vale la pena chiedersi se, nell’atto di bere matcha per sentirsi più calmi, non stiamo semplicemente comprando l’idea, o il sogno, di quella calma.


