Cronaca

Burqa, niqab, hijab: che differenza c’è tra i veli islamici

Niqab e burqa sono molto poco diffusi in Italia, soprattutto tra le giovani generazioni, ma se ne torna a parlare dopo l’annuncio della premier che li vuole vietare a scuola: ecco le differenze con l’hijab e gli altri veli, molto più comuni
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Due donne con il velo islamico passeggiano in centro a Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Due donne con il velo islamico passeggiano in centro a Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

«Sta per arrivare in Consiglio dei ministri un provvedimento che introduce per legge il numero degli studenti stranieri per classe». Applauso. «Non solo. Introduce anche l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l’italiano. E introduce il divieto di burqa e niqab a scuola». Applauso, ovazione, cori al grido di «Giorgia, Giorgia, Giorgia!». «Siete d’accordo? Si direbbe che siete d’accordo». Così, sorridente, la premier Giorgia Meloni ha annunciato durante «Il tempo del coraggio», evento di Gioventù nazionale, le prossime novità riguardanti la scuola italiana e l’integrazione. «Perché a scuola si va a viso aperto. E perché in Italia nessuno, in nome di una vera o presunta tradizione, può decidere che una giovane donna debba nascondersi».

Le parole della presidente del Consiglio riportano al centro dell’attenzione un tema sul quale spesso il linguaggio occidentale fa confusione: il velo islamico non è uno solo, e burqa e niqab non sono sinonimi di hijab. I diversi capi si distinguono soprattutto per quanto coprono il corpo e, in particolare, per la presenza o meno di una copertura del volto. Non si parla quindi del semplice hijab, il più diffuso e conosciuto.

La diffusione di niqab e burqa

La premier fa riferimento alla copertura totale, che lascia fuori solo gli occhi (o nemmeno quelli). I veli totali che, va detto, in Italia è difficile vedere. I dati ufficiali faticano a inquadrare il fenomeno: l’ultima volta lo si fece nel 2010, quando il Ministero dell’Interno diffuse un’analisi del Comitato per l’islam italiano che dichiarava che l’uso di niqab e burqa «nell’emigrazione in Occidente è assolutamente minoritario» e che in Italia le donne che lo usano sono meno che in Francia, dove le donne che lo indossano – in totale, non le sole studentesse – sono tra le 300 e le 2mila. «In Italia le cifre – aggiungevano – dovrebbero essere ancora più basse, e tendere a zero nelle generazioni più giovani d’immigrati».

Oggi la situazione non è cambiata di molto, e per confermarlo basta rivolgere la domanda a qualche professore o professoressa per sentirsi rispondere che «no, non abbiamo mai visto burqa o niqab, né in classe né a scuola più in generale». Chi porta il burqa o il niqab, quindi, è solo una microscopica parte delle ragazze di religione musulmana che frequentano la scuola italiana.

Ragazze in niqab - Foto © www.giornaledibrescia.it
Ragazze in niqab - Foto © www.giornaledibrescia.it

Diverso il discorso per gli altri tipi di velo meno coprenti, che sono molto più diffusi. Non si tratta però sempre di imposizione religiosa: il modo di vestirsi può essere legato alla fede, all’interpretazione personale dei precetti religiosi, alla cultura di appartenenza, alla tradizione familiare oppure a una scelta individuale. Anche la questione dell’«obbligo» non può essere generalizzata a tutto il mondo musulmano. Le interpretazioni delle prescrizioni sull’abbigliamento femminile sono diverse e, nei Paesi a maggioranza musulmana, le norme possono cambiare profondamente. In alcuni contesti il velo è una scelta personale; in altri può essere oggetto di forti pressioni sociali o familiari; in altri ancora esistono norme statali che ne impongono o ne limitano l’uso.

Hijab, il velo più conosciuto

Quando si parla genericamente di «velo islamico», nella maggior parte dei casi si intende l’hijab. È il copricapo che copre i capelli, le orecchie e il collo, lasciando completamente scoperto il volto. Può essere indossato in modi diversi, a seconda delle tradizioni personali e culturali. Può avvolgere la testa e il collo, ricadere sulle spalle oppure essere fissato in maniera più aderente. Il termine, però, ha anche un significato più ampio: nella tradizione islamica «hijab» può riferirsi al principio della modestia e della separazione, non soltanto a un determinato indumento.

L'hijab
L'hijab

La scelta di indossarlo non ha quindi necessariamente un’unica motivazione. Per alcune donne è una pratica religiosa, mentre per altre rappresenta soprattutto un’identità culturale o personale. Non tutte le donne musulmane lo portano.

Niqab: anche il volto è coperto

Il niqab copre invece anche il volto. In genere lascia visibili soltanto gli occhi attraverso un’apertura nella stoffa ed è presente soprattutto in alcune aree del mondo musulmano e in determinati contesti culturali e religiosi più fondamentalisti. Non rappresenta dunque una modalità universale dell’abbigliamento islamico. La sua diffusione e le interpretazioni sul suo utilizzo variano sensibilmente da Paese a Paese e anche all’interno delle diverse comunità musulmane.

È proprio il niqab, insieme al burqa, a rientrare nel divieto annunciato da Meloni per la scuola. La questione del volto coperto introduce infatti anche un problema diverso rispetto a quello del semplice copricapo: la possibilità di identificare visivamente la persona che lo indossa. Oltre che di nascondere la donna al mondo.

Il niqab copre il volto lasciando gli occhi scoperti
Il niqab copre il volto lasciando gli occhi scoperti

Burqa, la copertura integrale

Il burqa è il capo che offre la copertura più completa tra quelli comunemente associati al velo islamico. Copre il corpo e la testa e nasconde anche il volto. All’altezza degli occhi è presente una sezione, generalmente costituita da una griglia di tessuto, che permette a chi lo indossa di vedere. È particolarmente associato all’Afghanistan e alla tradizione pashtun. La sua storia e la sua diffusione non coincidono quindi con quelle dell’hijab, che è molto più diffuso in Paesi e comunità differenti.

Dire «burqa» per indicare una donna che porta un foulard sui capelli è perciò tecnicamente sbagliato. Nel burqa, infatti, il volto non è visibile, mentre nell’hijab sì. Anche niqab e burqa non sono intercambiabili: nel niqab gli occhi rimangono visibili attraverso l’apertura del velo; nel burqa no.

Donne in burqa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donne in burqa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Chador, khimar e gli altri veli

Esistono poi altri indumenti che vengono spesso ricondotti genericamente alla categoria del «velo islamico», ma che presentano caratteristiche differenti. Con «chador» si intende il grande telo che avvolge il corpo e viene portato sopra la testa. È particolarmente associato all’Iran. A differenza del niqab e del burqa, lascia scoperto il volto. Può quindi coprire gran parte del corpo senza essere un velo integrale.

Uno chador
Uno chador

Il khimar è invece un velo ampio che copre la testa, il collo e la parte superiore del corpo, lasciando scoperto il viso. Anche in questo caso, quindi, non si tratta di una copertura del volto. L’abaya, spesso nominata insieme ai veli islamici, è ancora un’altra cosa: è una veste lunga e ampia che copre il corpo ma non il viso. Può essere indossata con un hijab o con altri copricapi. C’è poi il jilbab, termine utilizzato per indicare diversi tipi di indumento ampio destinato a coprire il corpo.

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