Cronaca

Biasion: «Nei rally la sicurezza c’è, ma serve una battaglia culturale»

Il due volte campione del mondo di rally esprime il suo cordoglio per le vittime degli incidenti, tra cui quello al Rally 1000 Miglia. E aggiunge: «Si sta pensando anche a vetture meno spinte, senza rinunciare allo spettacolo»
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Miki Biasion - Foto Facebook
Miki Biasion - Foto Facebook

«È il giorno più bello dell’automobilismo sportivo italiano da sessant’anni a questa parte. Ma di gioire per la vittoria di Kimi Antonelli a Monza proprio non me la sento». A rovinare la giornata di tanto appassionati dei motori e di Miki Biasion, pilota che con la sua Lancia Delta Hf Integrale è stato dominatore assoluto dei rally alla fine degli anni Ottanta, è la straziante raffica di incidenti mortali che hanno trasformato il weekend di gare per l’Italia in un incubo.

In due giorni quattro incidenti mortali, cinque vittime. Tra loro tre spettatori e un copilota. Una fatalità o il mondo dell’automobilismo sportivo si deve porre delle domande?

Il primo pensiero va alle vittime e alle loro famiglie. Mi sembra doveroso che il mondo del motorsport esprima tutto il suo cordoglio per quanto successo. È presto per dire cosa può essere accaduto, tanto a Brescia sabato, quanto in Val d’Erice, ad Agrigento e in Liguria ieri. Bisognerà attendere le indagini delle forze dell’ordine per avere un quadro più chiaro. Quello che sin da ora posso dire è che negli ultimi anni la sicurezza è stata messa al centro tanto delle case automobilistiche, quanto di chi organizza gli eventi. L’investimento è altissimo: il tema non è certo sottovalutato.

Cosa si è fatto in particolare?

Le auto, i caschi, l’abbigliamento dei piloti sono il frutto di una ricerca incessante. Le celle di sicurezza degli abitacoli sono diventati super sicure: i piloti escono illesi anche dopo incidenti spaventosi. Se ai miei tempi avessimo avuto le soluzioni adottate oggi non avremmo avuto tutti i lutti che hanno segnato quel periodo.

Biasion alla Mille Miglia 2019 a Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Biasion alla Mille Miglia 2019 a Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

E per il pubblico cosa è stato fatto?

Un tempo, quando gareggiavo io, c’era un commissario di percorso ogni due chilometri. Oggi ce n’è uno ogni duecento metri. Per ogni gara ci sono aree destinate al pubblico e altre in cui il pubblico non si può fermare e se lo fa, è fatto allontanare. I tracciati delle prove speciali sono perlustrati più volte. Gli apripista passano e controllano dove sono posizionati gli spettatori. Lo stesso fanno elicotteri e droni. Se viene trovato qualcuno dove non dovrebbe essere viene fatto allontanare. Se poi torna e si piazza in posti pericolosi poco prima del passaggio delle auto in gara, c’è poco da fare.

Come impedire queste invasioni di campo?

Di sicuro il mondo dell’automobilismo sportivo ha bisogno del pubblico, del suo calore e nessuno ha l’intenzione di privarsi degli spettatori e del loro entusiasmo. Ma va comunque fatta una battaglia di carattere culturale. Penso al pubblico che segue le gare di ciclismo. A quegli appassionati che, specie sulle salite, si mettono in mezzo alla strada, spingono i ciclisti, a volte li fanno cadere.

Non so a cosa si deve questo atteggiamento, so solo che è sbagliato e che, nelle gara automobilistiche, è anche molto pericoloso. Qui passano auto a velocità sostenutissime: i rischi sono decisamente più elevati. In gioco c’è la vita, chi assiste ai rally deve tenerlo sempre a mente.

Cosa può fare ancora il motorsport?

Si sta pensando anche a vetture meno spinte, senza rinunciare allo spettacolo. Questa è la nuova frontiera. Non è una strada impossibile. Gli sport dei motori sono per antonomasia sport in cui la componente rischio non potrà mai essere azzerata, ma ogni sforzo andrà comunque tentato. Una parte però deve farla anche il pubblico.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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