Cronaca

Banca cinese occulta, spuntano 174 imprese nel circuito dei contanti

Emergono nuovi elementi sull'indagine relativa ad un sistema di false fatture e bonifici verso l’estero gestito da cinesi ora in carcere
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

Finiti all'estero milioni di euro
Finiti all'estero milioni di euro

Una rete di società cartiere, bonifici apparentemente regolari, soldi trasferiti all’estero e poi restituiti in contanti. E un elenco di clienti: 174 soggetti economici tra società, ditte individuali e attività.

È il sistema ricostruito dalla Guardia di Finanza nell’inchiesta sul presunto circuito di riciclaggio «made in China» in grado di mettere disposizione di decine di imprese anche bresciane un servizio per evadere il fisco e ottenere liquidità non tracciata. Il pacchetto lo forniva quella che, negli atti dell’inchiesta, viene definita una «banca cinese occulta». Senza sportello, ma con due attività commerciali e altrettante abitazioni trasformate in centri di smistamento di denaro. Tanto denaro, che finiva come in un qualsiasi supermercato dentro borse di plastica o zaini.

Il caso

Quello più importante è datato primo ottobre quando un imprenditore bresciano viene fermato fuori da una villetta di Torbole Casaglia, con 89.350 euro in contanti nello zaino. Agli investigatori non avrebbe fornito spiegazioni, limitandosi a dire: «ho ricevuto i soldi da un cinese per trasferirlo a una società di cui non ricordo il nome».

E nelle carte dell’inchiesta che ha portato quattro persone di origini cinesi in carcere con le accuse a vario titolo di associazione per delinquere, emissione di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego e prestazione abusiva di servizi di pagamento, ci sono decine di pagine con nomi, uno dietro l’altro, di 174 soggetti economici bresciani che avrebbero utilizzato fatture per operazioni inesistenti, per abbattere le imposte e ottenere indietro denaro contante.

Il sistema

Ruotava tanto o tutto attorno a società «cartiere»: imprese formalmente intestate a prestanome, ma di fatto gestite dal gruppo, utilizzate per emettere documenti fiscali fittizi e movimentare milioni di euro. Il funzionamento, per gli inquirenti, era semplice e collaudato.

L’impresa cliente chiedeva una fattura, la società cartiera la emetteva per una prestazione mai eseguita e a quel punto l’azienda pagava con un bonifico, dando all’operazione una parvenza di regolarità contabile. Ma il denaro non restava alla società che aveva emesso la fattura. Dopo l’accredito, secondo quanto ricostruito, le somme venivano infatti trasferite verso conti esteri, nella maggior parte dei casi riconducibili a cinesi.

In parallelo, attraverso una rete di raccolta di contante e di cambio valuta, veniva generata la liquidità necessaria per restituire ai clienti l’importo della fattura falsa, al netto della commissione trattenuta per il servizio. In sintesi: «l’imprenditore – si legge nelle carte – pagava ufficialmente una fattura, si creava un costo da portare in contabilità, riduceva l’imponibile fiscale e poi rientrava in possesso del denaro in contanti. Il gruppo, per l’accusa, tratteneva una percentuale». Negli atti viene indicata una provvigione del 5% per il meccanismo di restituzione legato alle false fatture.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Le notizie della sera

Il riassunto della giornata, con le principali notizie e gli approfondimenti della redazione.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
GdB RUN | 7 giugno, piazzale Arnaldo. Iscrizioni aperteGdB RUN | 7 giugno, piazzale Arnaldo. Iscrizioni aperte

Novità 2026: due percorsi «Family» 5 km e «Ten» 10km

SCOPRI DI PIÙ
SponsorizzatoPillole di riciclo: metti alla prova le tue conoscenzePillole di riciclo: metti alla prova le tue conoscenze

Dodici domande, dodici risposte per sciogliere i dubbi sulla raccolta differenziata e scoprire perché ogni gesto conta davvero