Poco più di 50 sindaci su 205. Troppo pochi per raggiungere il quorum (50% + 1) utile a validare la votazione. Non è certo questa la notizia, perché succede così più o meno da sempre. Ma è certo una realtà che si inserisce in un contesto – quello della gestione dell’acqua e delle sue tariffe – complicato di per sé. Ieri durante l’Assemblea dei sindaci si sarebbe dovuto votare l’aumento delle tariffe per il periodo 2026-2029. Concretamente – usando l’esempio dell’Ufficio d’Ambito di Brescia –: una famiglia di tre persone che consuma 150 metri cubi all’anno, nel 2027 il servizio idrico costerà fra 54 e 59 euro in più rispetto al 2025.
È vero, alzare la mano per approvare un aumento delle tariffe dell'acqua non è certo una scelta politicamente semplice. Tanto più per gli amministratori che nei prossimi mesi dovranno tornare davanti agli elettori. Ma dall’altra parte c’è la responsabilità politica, che «meriterebbe la presenza al di là delle posizioni favorevoli o meno», sottolinea il presidente della Comunità montana di Valle Trompia Massimo Ottelli.
Discussione
Ma il confronto – anche se con pochi interlocutori – c’è stato. Al centro la difficoltà di tenere insieme investimenti sulle infrastrutture e la sostenibilità delle bollette. E da qui la domanda a cui difficilmente si trova una risposta: Come finanziare gli interventi senza aumentare il costo per i cittadini?
«Ad oggi non è emersa una soluzione per ridurre la tariffa che sia compatibile con i conti», osserva il sindaco di Desenzano (centrodestra) Guido Malinverno. Per questo, a suo giudizio, non basta chiedere una riduzione degli aumenti senza indicare come finanziare gli interventi previsti. Malinverno non esclude una riflessione sul modello di gestione, ma ritiene che il confronto debba superare le contrapposizioni tra pubblico e privato e partire dai numeri. «O c'è un fondo nazionale che serve per attenuare le tariffe oppure il pubblico questo dà», sostiene, sottolineando come l'attuale sistema lasci pochi margini per contenere le bollette senza compromettere gli investimenti.
La discussione di ieri ha riportato in primo piano anche una questione che affonda le radici nelle decisioni assunte ormai dieci anni fa: il completamento del gestore unico provinciale. Acque Bresciane è stata individuata come società destinata ad assumere la gestione del servizio nell'intero ambito, ma il percorso non è ancora concluso e A2A continua a operare in diversi Comuni. Un passaggio che richiede risorse importanti, anche per riconoscere il valore residuo degli investimenti effettuati dai gestori uscenti.
È proprio su questo ritardo che si concentra la critica di Ottelli. Il presidente della Comunità montana richiama le decisioni assunte nel 2016 e la mancata attuazione del percorso originariamente previsto. L'ingresso attraverso gara di un partner operativo avrebbe potuto rafforzare la capacità finanziaria di Acque Bresciane, mantenendone il controllo pubblico.
Oltre le tariffe va invece il sindaco di Mairano Filippo Ferrari (Pd), secondo il quale la discussione deve riguardare anche il futuro assetto del servizio e il coinvolgimento delle amministrazioni locali. Le parole sono scandite bene: «Serve una governance dei Comuni, che devono essere parte attiva del processo».
Il nodo quindi non è soltanto trovare le risorse per completare il passaggio delle gestioni ad Acque Bresciane, ma garantire che tutti i territori abbiano voce nelle scelte della società. Una questione che riguarda soprattutto le Amministrazioni oggi non rappresentate nella compagine societaria e i Comuni più piccoli, chiamati a sostenere le conseguenze delle decisioni sugli investimenti e sulle tariffe senza avere necessariamente un peso diretto nella loro definizione.
La proposta tariffaria resta sul tavolo e domani ci sarà un’altra puntata in Consiglio provinciale: anche qui i margini per cambiare le carte in tavola appaiono ristretti, se non inesistenti.




