Sit vobis terra levis, perché per chi vi ama il cielo sarà pietra

Quel dolore inestinguibile che provano i padri e le madri che perdono un figlio
Al Vantiniano, le «donne piangenti» posizionate all’ingresso della cappella di San Michele
Al Vantiniano, le «donne piangenti» posizionate all’ingresso della cappella di San Michele
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Vi sia lieve la terra, come non lo fu il fuoco, come non lo fu il coltello, come non lo sono i commenti di chi parla della vostra prematura morte senza nemmeno avere il decoro di tacere, di pensare.

Vi sia lieve la terra, ragazzi di sedici anni e anche meno, che, essendo sani, siete morti per futili motivi, uccisi da una malattia molto grave e per ora senza cura: l'umana stupidità. Sia leggera la terra almeno a voi, perché per chi vi amava (anzi, vi ama e vi amerà per sempre) sarà pesante come pietra anche il cielo che hanno sopra la testa, anche l’aria leggera della primavera. Per loro non esisterà più, perché la loro primavera eravate voi.

Di giorno saranno occupati nelle faccende quotidiane, pur sempre aspettando invano il vostro ritorno. Se già non è facile tollerare l’assenza quando fa luce, circondati da oggetti che s’impolverano e abitudini spezzate, di notte le ombre identificano forme e pensieri impossibili da rimuovere.

Sensazioni

Sensazioni così non si possono spiegare, forse solo in un cimitero è possibile ritrovare sacralità e compostezza e la tragica fissità che assumono i tratti e le membra di chi vive nella disperazione di un dolore senza guarigione. Come quello di chi ha perso un figlio. In questo caso si parla di due madri poiché i soggetti delle sculture sono femminili. Sono all’ingresso della Sala I del Cimitero Vantiniano. Commissionate nel 1832 da Rodolfo Vantini a Democrito Gandolfi, allievo di Canova, per essere posizionate all’ingresso della cappella di San Michele, a lungo versarono in cattive condizioni, ma ora, dopo il restauro, splendono pallide di dolore prima e durante le tenebre.

Due donne, in piedi ma incurvate da una sofferenza a cui non si può dare un nome e che può comprendere solo chi la prova, si appoggiano all'urna che contiene le ceneri di ciò che di più prezioso avevano. Una guarda in alto e si aggrappa al vaso, la testa mezza scoperta e le vesti scomposte come se non nutrisse più alcun interesse per il proprio aspetto. L’altra è tutta avvolta nel mantello e osserva la parte superiore del contenitore, quasi sperasse in un miracolo. Un ginocchio è appoggiato alla base che regge l’urna e un braccio le pende sul fianco, come se avesse perso ogni energia e ogni desiderio e ogni speranza.

Queste madri rappresentano in modi diversi, ma entrambi comprensibili, il male per una perdita incommensurabile. Di fronte a loro non si può che provare il sentimento che gli antichi chiamavano «pietas», un insieme di compassione, condivisione e vicinanza. Quella che dovremmo provare tutti, anche se non è facile poiché, come ebbe a dire una madre che aveva da poco seppellito la figlia: «Esistono due categorie di persone: quelle che hanno perso un figlio e quelle che non l’hanno perso». Per quanto ci si possa rialzare, si resta sempre prostrati ai piedi di ogni figlio che non è tornato a casa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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