Minerva e Brescia, due leggendarie quanto bellicose signorine

Le Fontane della Minerva stanno a Brescia, ai lati opposti di piazza Paolo VI. Quando la si attraversa ci si passa accanto, ma, per qualche motivo, i nostri occhi contemporanei faticano a notare arredi urbani di tale natura.
Due statue, due storie
A un primo sguardo distratto le percepiamo come simili e non a caso hanno lo stesso nome. Invece sono diverse e opposte non solo dal punto di vista logistico rispetto al luogo in cui si trovano, ma anche per epoca, autore, concezione, stile, aspetto e affetto nei loro confronti.
Una è un’originale e l’altra no. Solo una delle due, quella che si trova di fronte al Broletto, è la rappresentazione della Dea della Sapienza, mentre l’altra incarna Brescia ed è davanti al Duomo Vecchio. In comune hanno il fatto di essere entrambe guerriere scolpite in marmo Botticino.
La Minerva degli austriaci
La Minerva armata, realizzata da Giambattista Cignaroli nel 1818, poggia su tronco di colonna ionica, con una decorazione a festoni. È neoclassica, austera e invincibile. Fu commissionata dagli austriaci che la posero di faccia alla sede di quella che allora fungeva da base della loro Delegazione Provinciale.
È sempre stata lì, sotto le intemperie e, durante i moti rivoluzionari, vittima di qualche antico atto vandalico (durante le X Giornate, per esempio), non tanto per antipatia nei confronti della dea in sé, ma poiché percepita come simulacro dell’oppressore, come una straniera. Non le è mai stata perdonata la sua origine. È stata restaurata, benché rimanga acefala e priva di braccia.
Brescia armata, simbolo della città
L’altra non è una dea romana, bensì l’allegoria di una Brescia indomita che lavora senza tregua (la provincia è celebre per la plurisecolare produzione di armi). È di un secolo più antica (1722) e il suo autore è Antonio Calegari, che infuse in lei movimento e vitalità di stampo Barocco e la arricchì con un basamento di volute e delfini.
L’equivoco sul nome nasce dal fatto che la fiera soldatessa è dotata di elmo e lancia. È intatta, essendo una copia (eseguita nel 1955 da Severo Gaffurini) dell’opera primigenia, oggi a Santa Giulia. È stata messa al riparo perché lei è più amata, perché i bresciani si riconoscono in lei. Un tempo la sua mano sinistra reggeva uno scudo con il leone rampante emblema della città, che le fu per spregio strappato via dai soldati napoleonici in quanto simbolo del potere locale (altri invasori, stessa scortesia).
Ecco, una di fronte all’altra armate, due combattenti di genere femminile assi dissimili tra loro: una, Minerva armata, messa lì a scopo propagandistico per ricordare ai sudditi il giogo austriaco, l’altra, Brescia armata, immagine di un popolo grintoso ed economicamente prospero. Eppure alla fine le due leggendarie quanto bellicose signorine, malgrado le divergenze, hanno trovato un modo per coesistere. «Penso che una ragazza, se vuole diventare un mito, dovrebbe andare avanti ed esserlo» (Calamity Jane).
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
