Brescia e Hinterland

Pandemia e inflazione: nel Bresciano classe media più povera e crescono le disuguaglianze

Lo dice il rapporto delle Acli sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati. In città si guadagna di più
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REDDITI E VULNERABILITA'

La sofferenza del ceto medio bresciano, lavoratori dipendenti e pensionati. Nei tre anni della pandemia redditi e livelli di spesa sono rimasti stabili, ma al suo interno sono cresciute le disuguaglianze. A cominciare da quelle territoriali: in città si guadagna più che nel resto della provincia. Inoltre, si allarga la forbice fra i redditi più bassi e quelli più alti.

Senza contare le disparità tradizionali fra maschi e femmine (hanno un reddito di un terzo inferiore), fra giovani e anziani (dichiarano un terzo in più dei 30-45enni), fra italiani e stranieri (guadagnano il 37% in meno), tra le famiglie senza e con figli a carico (reddito inferiore del 41%). Tutto ciò si riflette in modo pesante sul livello di spesa di chi guadagna di meno, sempre più penalizzato nell’accesso alla sanità e all’istruzione. Sono alcuni degli elementi che emergono dal rapporto «I redditi della classe lavoratrice popolare», realizzato dalle Acli bresciane con l’Istituto per la ricerca sociale (Irs) e presentato ieri. Una radiografia sulla condizione economica e sulla capacità di spesa di una fetta significativa del ceto medio.

Obiettivi

Il campione, infatti, è costituito da 42.315 contribuenti che hanno presentato il 730 ai Caf Acli nell’ultimo triennio. Sono escluse le «code»: gli incampienti e i più benestanti, ma anche i lavoratori autonomi e gli imprenditori.

«Stiamo attraversando anni di cambiamenti estesi», ha commentato il presidente delle Acli, Pierangelo Milesi. «La povertà aumenta e si amplia anche l’area di malessere: quella parte del ceto medio non ancora povero, ma non più benestante». Le Acli, attraverso il suo archivio, propone questa ricerca «perché la politica adotti misure adeguate per difendere i più fragili. Ci sono persone che si sentono sempre più ai margini di uno Stato sociale che dovrebbe invece aiutarli».

Inflazione

I valori in assoluto non devono confondere. Pensionati e dipendenti, in termini di reddito reale, hanno meno mezzi rispetto a prima della pandemia. Il reddito medio nel 2019 era di 23.276 euro, sceso a 23.069 nell’anno peggiore del Covid (-0,9%), per poi risalire a 23.817 (+3,2%): 540 euro in più, che al netto delle imposte diventano 370. Un euro al giorno. Se pensiamo all’inflazione, al caro energia e carburanti, è chiaro che la perdita è secca.

Disparità

I ricercatori di Irs hanno suddiviso i redditi, dai più bassi ai più alti, in cinque classi, in ordine crescente. Ebbene, l’ultima è cinque volte più ricca della prima: da 6.800 a 32.800 euro. Un abisso. 

Abbiamo accennato alle disparità. Le donne guadagnano il 29% in meno degli uomini (13.807 euro contro 19.426). Una differenza più vistosa che nel resto della Lombardia (-21%), più forte nelle Valli (-32%) che in città (-26%). Pensione e risparmi garantiscono agli anziani una protezione che i giovani non hanno. Gli over 67 dichiarono il 33% in più (si va dal 41% di Brescia al 24% delle Valli). Un dato significativo: gli anziani, nel 2020 (anno terribile del Covid), hanno aumentato i redditi (0,8%), i 30-45enni sono invece quelli che hanno perso di più (-3,9%). I cittadini di origine straniera sono più penalizzati in città (-46%), che in provincia (-37%). La pandemia ha ridotto i loro guadagni del 3,1% contro lo 0,8% degli italiani.

In linea con il dato regionale, invece, i contribuenti con figli a carico, che dichiarano il 41% in meno di quelli senza. La differenza più marcata si registra nel capoluogo (-41%) e nella Bassa (-43%); più attenuata nelle Valli (-37%). Il costo della vita, evidentemente, incide di meno.

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