«Si è data fuoco da sola, poi mi ha abbracciato e stretto forte. Voleva che morissi con lei. E anche quando sono riuscito a liberarmi dalla sua presa ha cercato, da terra, di afferrarmi per una caviglia e di bloccarmi».
A parlare è Abderrahim Senbel, il 55enne di origini marocchine a processo con l’accusa di omicidio volontario della moglie Mina Safine, la 45enne badante sua connazionale morta il 27 settembre di due anni fa in seguito alle vaste ustioni riportate sul 90% del corpo una settimana prima, a casa, al sesto piano di una dei condomini di via Tiboni, ad Urago Mella in città.




