Il punto è: nessuno può azzardarsi ad affermare con certezza che il contingente russo, inviato a Brescia durante la prima ondata della pandemia Covid del 2020, abbia effettivamente portato a buon fine un’operazione di intelligence. Ma altrettanto nessuno, in questo momento, può negare che ci abbiano provato. Tanto che più di qualcuno si spinge a dire che «sarebbe estremamente strano il contrario». Di certo c’è che gli uomini del Cremlino offrirono il loro aiuto per sanificare le Rsa e che tentarono di avvicinarsi ai punti sensibili.
Probabilmente proprio per questo furono di fatto «scortati» dal nostro esercito e durante i primi giorni di maggio non tornarono a dormire a Bergamo ma si fermarono a Rezzato, a pochi chilometri di distanza dalla base militare di Ghedi (perché - ricordano i vertici dell’Ana di Brescia - «raggiungere le case di riposo del Garda avrebbe fatto perdere troppo tempo»). Ma, soprattutto, di certo resta il carnet di dubbi che il Copasir e la politica intendono dipanare rispetto a come sia nata quella missione. A partire da Italia Viva che chiede informazioni direttamente al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.




