È vero: il contingente militare inviato da Putin tra aprile e maggio 2020 nel pieno della prima ondata Covid, a Ghedi - in veste ufficiale - non ci è mai stato. Il paese della Bassa era sì sull’intinerario iniziale, ma non su quello definitivo che scandiva l’agenda delle sanificazioni da effettuare nelle Rsa in tandem con il nostro esercito. Nessuno può negare che i russi non abbiano messo piede attorno alla base di Ghedi durante l’orario di lavoro: non gli alpini che in quei giorni hanno seguito le attività passo dopo passo da volontari, non la Protezione civile, non la Regione, non i sindaci.
Ci sono però due punti fermi che, altrettanto, nessuno può smentire. Il primo: l’ordine di mantenere la cosiddetta «distanza di sicurezza» di 50 chilometri dai punti sensibili - come appunto il campo dell’aeronautica militare - non è stato rispettato, forse perché le squadre erano scortate dai soldati del nostro esercito. Il secondo: l’orario di lavoro, stando a quanto riportato dall’autista che accompagnava i militari inviati dal Cremlino, spesso non comprendeva tutta la giornata, ma terminava subito dopo aver pranzato.




