Resta acceso il dibattito che si è scatenato attorno alla richiesta di assoluzione di un marito originario del Bangladesh, accusato di maltrattamenti in famiglia ai danni della moglie, motivata da un pm della procura di Brescia anche con «ragioni di natura culturale».
Nessun ostacolo
Dopo l’intervento del procuratore Francesco Prete, che ha preso le distanze dal suo sostituto e sottolineato che il suo ufficio «ripudia qualunque forma di relativismo giuridico, non ammette scriminanti estranee alla nostra legge ed è sempre stata fermissima nel perseguire la violenza, morale e materiale, di chiunque, a prescindere da qualsiasi riferimento "culturale", nei confronti delle donne»; e quello della sezione bresciana di Anm, che ha sottolineato come con le modalità di diffusione della notizia utilizzate sia stata «gravemente minata la dignità umana e professionale del singolo magistrato coinvolto - di cui sono state offerte alla gogna mediatica generalità e immagine fotografica - e la cui cifra personale, culturale e professionale è stata indebitamente messa in discussione»; a prendere posizione oggi, attraverso un articolato comunicato stampa, è la Camera penale di Brescia.
Nessun condizionamento
La nota della Camera penale sottolinea inoltre che «solo il rispetto delle regole che regolano il processo è presidio di democrazia e di garanzia della tutela del singolo» e che comunque «il momento per comprendere compiutamente l’accertamento dei fatti e delle responsabilità è unicamente quello successivo alla sentenza, motivata e pubblicata». La stampa - sottolineano gli avvocati - deve «informare i lettori nel modo corretto, ossia fornendo nel modo più completo possibile gli elementi necessari per comprendere la vicenda processuale, nonché i percorsi tecnici, anche complessi che regolano il processo penale».
L’opinione pubblica può esercitare il suo diritto di critica «ma - prosegue il documento della Camera penale - non può assumere atteggiamenti denigratori e lesivi delle figure coinvolte, siano esse imputati, persone offese, giudici, pubblici ministeri o avvocati».
Per concludere infine i penalisti stigmatizzano come «inammissibile ogni intervento della funzione politica volto a cavalcare reazioni emotive legate ai fatti di cronaca, a promuovere campagne di opinione e a imporre condizionamenti alla celebrazione del giudizio penale, soprattutto, come è avvenuto nel caso di specie, con una totale mancanza di approfondimento rispetto ai primi titoli sensazionalistici fondati su notizie parziali. A riprova che l’unico luogo in cui il processo si deve svolgere e in cui i fatti si possono conoscere pienamente è l’aula di tribunale, non il mezzo mediatico. L’opportunismo propagandistico non è che il preludio di nuove legislazioni emergenziali, che non rispondono ai reali bisogni della società e della giustizia».
Del caso che sta tenendo banco da giorni si occuperà, questa sera, nella seconda parte a partire dalle 21. 30, anche la trasmissione di Teletutto «Messi a Fuoco». Ospiti l’avvocato Carolina Margani e Mohammed Zaman presidente del Bangla Accademy.
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