Brescia e Hinterland

Il caso bresciano dell'app Immuni

Le telecamere di Report nella nostra redazione per la ricostruzione del malfunzionamento della app di tracciamento
L'app Immuni su uno smartphone - Foto Ansa/Luca Zennaro © www.giornaledibrescia.it
L'app Immuni su uno smartphone - Foto Ansa/Luca Zennaro © www.giornaledibrescia.it

Al centro delle polemiche e sotto i riflettori di Report. Lunedì sera nella trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci si è parlato anche di Immuni, partendo dal caso bresciano della mancata notifica che il nostro giornale ha raccontato a agosto. La troupe di Rai 3 ha raccolto la testimonianza della collega Francesca Renica, che aveva portato alla luce il «falso negativo» riscontrato da due amiche: una positiva al coronavirus e l’altra mai avvisata dall’app.

«All’inizio ho usato nomi di fantasia, ma quando dal Ministero hanno messo in dubbio la ricostruzione ipotizzando che l’alert non fosse partito per problemi dei cellulari, sono uscita allo scoperto: una delle due amiche ero io e sono certa che tecnicamente da parte nostra fosse tutto in ordine».

All’origine del malfunzionamento, l’ipotesi più probabile è che ci fosse un bug, risolto a settembre (tre mesi dopo il lancio di Immuni). Ma non è tutto qui. Nell’inchiesta di Report firmata da Lucina Paternesi, si fa un ulteriore passo avanti: i problemi sono legati anche all’infrastruttura tecnologica progettata da Google e Apple che permette alle app di tracciamento europee (tra cui Immuni) di mandare le notifiche.

Secondo Stephen Farrel, ricercatore del Trinity College di Dublino, «l’invio è casuale: abbiamo fatto test sul Bluetooth e sono deludenti. È come lanciare una moneta in aria: c’è il 50% di possibilità. Inoltre, il sistema di notifiche di esposizione Google nei telefoni Android è implementato nel Google Play Services (sistema che permette l’aggiornamento delle app) che è piuttosto ostile nei confronti della privacy: ogni sei ore si connette ai server di Big G e invia dati come numero di telefono, numero di sim e altre informazioni». Il paradosso, dunque, è che i governi hanno posto limitazioni alle proprie app, ma avrebbero lasciato a Google la possibilità di raccogliere dati sensibili.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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