Ambiente

Scorie radioattive, lo stallo sul deposito nazionale «mette in crisi» le bonifiche

Per l’ex Cagimetal di Buffalora si seguirà il «modello Caffaro». L’appello dell’assessora Bianchi: «Caro Ministero, servono fondi e strategia»
Brescia conta 9 siti con scorie radioattive
Brescia conta 9 siti con scorie radioattive
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Oltre 85.500 tonnellate stipate sottoterra. Per farsi un’idea più nitida: immaginate oltre seimila camion pieni zeppi di scorie. È il peso degli scarti radioattivi che la nostra provincia si porta appresso da decenni, spalmato in nove zone. A inventariarle, ogni anno, è l’Isin – l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione – che inesorabilmente ridistribuisce a ciascun territorio la sua pena: ci sono le Acciaierie venete di Sarezzo, l’Alfa Acciai e la ex Cagimetal nella zona est della città, la discarica Capra di Capriano del Colle, le Industrie riunite odolesi di Odolo, la raffineria Metalli Capra di Montirone (l’unico sito ad aver guadagnato il traguardo dei fondi per mettersi in sicurezza), le ex fonderie Rivadossi di Lumezzane e la Service metal company di Mazzano.

E a vecchio elenco corrispondono vecchi problemi, riassumibili poi in realtà in due questioni. La prima: non si vede l’ombra di un quattrino. La seconda: il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi è rimasto un miraggio. Il che complica ulteriormente a tutti, Brescia compresa, la situazione.

Analisi a tappeto

«Il ritardo nazionale pesa molto sulle situazioni locali, perché mette in crisi questi procedimenti già complessi in partenza: sulla questione della radioattività non c’è pianificazione» esplicita l’assessora all’Ambiente in Loggia Camilla Bianchi. La sua preoccupazione guarda a Buffalora, dove – tra via Cerca e via Serenissima, a una spicciolata di passi dal Parco delle Cave – sta la ex Cagimetal, meglio conosciuta come ex cava Piccinelli, seconda discarica con scorie radioattive non nucleari più grande d’Italia. In cifre: 1.800 tonnellate di scarti di acciaieria impregnati di Cesio 137.

Rifiuti contaminati da cesio 137 nell'ex cava Piccinelli, l'area «Cagimetal» in via Cerca fra San Polo e Buffalora © www.giornaledibrescia.it
Rifiuti contaminati da cesio 137 nell'ex cava Piccinelli, l'area «Cagimetal» in via Cerca fra San Polo e Buffalora © www.giornaledibrescia.it

A che punto siamo qui? La ex cava è stata analizzata di dieci metri in dieci metri con indagini e sondaggi eseguiti in 43 punti (quelli che, tecnicamente, si chiamano «maglie»), fino a comporre una sorta di radiografia completa di cui si attendono gli esiti entro la primavera. Siccome però il deposito nazionale (per l’appunto) ancora non c’è, non solo il preventivo lieviterà ma bisognerà anche iniziare a pensare che quei rifiuti, da lì, potrebbero non muoversi mai. O, almeno: non del tutto. La ditta incaricata di eseguire le analisi radiometriche nella sua relazione consegnerà cioè anche delle ipotesi di azione per arrivare alla messa in sicurezza e bonifica dello spazio, ma l’idea che si fa strada è di ricalcare il «modello Caffaro». Tradotto: dopo la caratterizzazione, commissionare un Piano operativo di bonifica e coniugare un mix di interventi, un piccolo bunker non escluderebbe cioè il «viaggio» di parte delle scorie altrove o il tombamento di una quota degli scarti.

La regia – va ricordato – è nelle mani della Prefettura per competenza, mentre il braccio operativo finora è stato il Comune. Certo, resta il problema dei problemi: i soldi. Da qui, l’appello di Bianchi all’esecutivo: «Le nostre risorse per la Piccinelli sono ferme a un milione, peraltro in parte utilizzato – ricorda l’assessora –. Una volta delineati gli scenari di intervento, è necessario che il Ministero metta all’ordine del giorno queste situazioni. Servono strategia e finanziamenti, per troppo tempo la questione radioattività, come altre, è rimasta in stallo».

A rilento

Insomma, la pachidermica andatura dell’iter per realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive mette in crisi i territori, cava Piccinelli in primis. Accelerare su questo fronte, non solo abbatterebbe i costi (e, soprattutto, troverebbe ai rifiuti pericolosi una collocazione), ma aprirebbe anche la strada alla definizione di una filiera chiara, come quella (seppur ad «andamento lento») in cui sono infilati, ad esempio, i Siti di interesse nazionale.

Che lo storytelling non stia andando un granché bene è stato scritto in modo chiaro anche da Arera. L’Autorità di regolazione per l’energia reti e ambiente, proprio pochi giorni fa (il 17 febbraio per la precisione) ha descritto un piano impietoso nella sua memoria. La sostanza è questa: sul decommissioning nucleare (dismissione) siamo a vent’anni di lavoro, 32% di avanzamento e un conto che rischia di esplodere fino a 11 miliardi di euro. Una commessa partita con promesse di efficienza e sicurezza e che oggi appare un labirinto di ritardi, ripianificazioni e costi crescenti.

A svolgere le attività è Sogin, società pubblica incaricata dello smantellamento delle centrali e degli impianti. Fino al 2022, i costi pesavano sulle bollette elettriche; dal 2023, lo Stato ha preso in carico gli oneri, ma il problema resta e, soprattutto, a pagare – in un modo o nell’altro – sono sempre i cittadini. Arera lo specifica: il nodo più urgente è il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Nonostante la pubblicazione delle mappe, il sito non c’è.

Sogin prevede un ritardo fino al 2041, con gravi effetti economici e operativi: «La realizzazione del deposito nazionale – si legge nel documento – non solo risulta essenziale per la conclusione della commessa nucleare, ma è anche necessaria al Paese ai fini della messa in sicurezza dei rifiuti nucleari». Anche perché senza decisioni rapide, il rischio è che il nucleare italiano resti intrappolato tra ambizioni green e conti da capogiro. E altri vent’anni di lavoro rischiano di non bastare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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