Ambiente

Come si mantiene la biodiversità delle Torbiere, spiegato dal botanico

L’intervista a Glauco Patera, specializzato nello studio della flora e della vegetazione delle zone umide: «Al loro interno si trovano oltre 500 specie vegetali, molte delle quali rare o di elevato interesse conservazionistico»
Ruggero Bontempi
Le Torbiere del Sebino
Le Torbiere del Sebino

Sono apprezzate e frequentate, ma forse non comprese fino in fondo nel grande valore sotteso dagli ambienti e dalle specie vegetali e di uccelli ospitate. Le Torbiere del Sebino rappresentano uno dei contesti di maggiore interesse naturalistico dell’intera provincia di Brescia, e dalle parole dell’esperto Glauco Patera si possono acquisire ulteriori elementi per acquisirne conoscenza.

Patera è un botanico e naturalista specializzato nello studio della flora e della vegetazione delle zone umide. Svolge attività di ricerca applicata, monitoraggio floristico e consulenza per la conservazione della biodiversità in collaborazione con aree protette, università e istituzioni scientifiche. È membro del Comitato Tecnico-Scientifico della Riserva Naturale Torbiere del Sebino, dove contribuisce da anni allo studio e alla tutela della biodiversità vegetale.

Dottor Patera, le Torbiere del Sebino si distribuiscono in buona parte su aree adiacenti strade di grande scorrimento e sono raggiungibili in pochi minuti a piedi, risultando così talvolta banalizzate e raramente comprese nell’eccezionalità degli elementi naturali accolti. Quali sono le caratteristiche principali della Riserva?

«La Riserva Naturale “Torbiere del Sebino” rappresenta uno degli ecosistemi umidi più importanti della Pianura Padana e costituisce un importante hotspot di biodiversità. La particolarità di questa zona risiede nella straordinaria concentrazione di ambienti umidi diversi (specchi d’acqua, canneti, prati umidi, cariceti, boschi igrofili e canali) che, in uno spazio relativamente ridotto, ospitano oltre 500 di specie vegetali, molte delle quali rare o di elevato interesse conservazionistico. Le Torbiere sono il risultato di un delicato equilibrio tra processi naturali e gestione attiva, e rappresentano oggi un laboratorio a cielo aperto dove ricerca scientifica e conservazione procedono insieme. Quest’area protetta costituisce infatti uno dei luoghi con la più alta biodiversità vegetale acquatica della provincia di Brescia, e uno dei pochi dov’è ancora possibile osservare ecosistemi umidi che altrove sono quasi completamente scomparsi».

La varietà delle specie vegetali e degli ambienti che le accolgono è uno dei fattori di principale interesse assieme alla ornitofauna. Cosa può cogliere riguardo alla flora il visitatore privo di conoscenze specifiche? Può fornire qualche spunto di osservazione?

«Anche senza particolari conoscenze botaniche il visitatore può cogliere un aspetto fondamentale delle Torbiere: la straordinaria varietà di ambienti umidi racchiusi in un’area relativamente piccola. Passeggiando lungo i sentieri è possibile osservare, nel giro di poche centinaia di metri, ecosistemi molto diversi tra loro, ciascuno caratterizzato da una propria vegetazione, strettamente legata alla profondità dell’acqua e al grado di umidità del suolo. Negli specchi d’acqua si sviluppano comunità di piante acquatiche con ninfee, nannufari e l’affascinante Utricularia australis, una rara pianta carnivora che si sviluppa galleggiando sott’acqua. I canneti, apparentemente uniformi, ospitano in realtà specie di grande interesse come la rara felce palustre (Thelypteris palustris). Nelle aree allagate si sviluppano le comunità a falasco (Cladium mariscus) e a grandi carici, habitat di elevato valore naturalistico, mentre nei settori più maturi trovano spazio i boschi paludosi a ontano nero, tra gli ambienti forestali più rari della pianura. Questa straordinaria concentrazione di habitat è uno dei principali valori naturalistici della Riserva. Imparare a riconoscere questi ambienti, anche senza conoscere il nome di tutte le singole specie, permette di leggere il paesaggio con occhi diversi e di comprendere il valore della biodiversità delle Torbiere».

L'Utricularia australis
L'Utricularia australis

Come si pianificano gli interventi necessari al mantenimento degli habitat nel rapporto con le dinamiche evolutive naturali?

«Le Torbiere del Sebino sono un ambiente dinamico, in continua evoluzione. In assenza di interventi infatti i naturali processi di interramento e la progressiva espansione della vegetazione tenderebbero a trasformare gradualmente gli specchi d’acqua in canneti e, successivamente, in boschi umidi. Si tratta di un’evoluzione del tutto naturale, che però comporterebbe la scomparsa di habitat e specie legati alle acque libere e alle prime fasi della successione ecologica. Per questo motivo la gestione della Riserva si basa su un monitoraggio scientifico costante che consente di individuare gli habitat e le specie più vulnerabili, e di pianificare interventi mirati. Le azioni possono comprendere il contenimento della vegetazione in alcuni settori, lo scavo di stagni, la gestione dei canneti o interventi specifici a favore di specie particolarmente rare. L’obiettivo non è contrastare i processi naturali, ma conservarne la complessità, mantenendo nel tempo il mosaico di ambienti che rende le Torbiere così ricche di biodiversità. In questo senso, la gestione ecologica dovrebbe rappresentare l’equilibrio tra la naturale evoluzione dell’ecosistema e la tutela del suo eccezionale ed eterogeneo patrimonio naturalistico».

Lei ha seguito alcuni importanti progetti di ripristino ambientale. Ci spiega come avete operato per favorire il ritorno dell’erba scopina e qual è il valore di questo esito?

«Hottonia palustris è una rara pianta acquatica, un tempo diffusa nelle zone umide della Pianura Padana e oggi in forte regressione. Quella delle Torbiere del Sebino rappresenta l’unica popolazione attualmente nota in provincia di Brescia, mentre in gran parte del territorio circostante la specie è ormai scomparsa. Per contrastarne il declino, l’Ente gestore della Riserva ha predisposto un progetto di ripristino ambientale e conservazione della specie, autorizzato da Regione Lombardia, finalizzato al recupero degli habitat più idonei alla sua sopravvivenza. La scomparsa di Hottonia palustris era legata principalmente all’interramento dei piccoli specchi d’acqua e dei canali che costituivano il suo habitat naturale, oltre al progressivo peggioramento della qualità delle acque.

L’aspetto più sorprendente del progetto è che il ritorno della specie non è stato inizialmente il risultato di una reintroduzione, ma di un processo naturale innescato dagli interventi di ripristino ambientale. Lo scavo di alcuni antichi canali ha riportato l’acqua in aree rimaste asciutte per molti anni, riattivando la germinazione di semi rimasti in quiescenza nei sedimenti probabilmente per decenni. Dopo poco tempo, Hottonia palustris è ricomparsa spontaneamente proprio nei tratti oggetto degli interventi, dimostrando la capacità della specie a ritornare qualora le condizioni ambientali tornino adeguate anche dopo molto tempo. A partire da questi individui spontaneamente ricomparsi sono state successivamente ottenute, mediante talea, decine di nuove piante, messe a dimora nei nuovi stagni realizzati nell’ambito del progetto.

Già nella primavera di quest’anno le nuove popolazioni hanno attecchito e fiorito con successo, confermando l’idoneità degli habitat ricreati. Questo risultato rappresenta un importante esempio di conservazione basata sul ripristino degli ecosistemi. Più che reintrodurre una specie, è stato possibile ricreare le condizioni ecologiche che ne hanno favorito il ritorno spontaneo e consolidarne successivamente la presenza. Un intervento che dimostra come la tutela della biodiversità passi innanzitutto dal recupero degli habitat naturali e dalla riattivazione dei processi ecologici che li caratterizzano».

L'Hottonia palustris
L'Hottonia palustris

Quali periodi e strumenti suggerisce a chi vuole approfondire la conoscenza di questa area?

«Le Torbiere del Sebino meritano di essere visitate in tutte le stagioni, perché sono un ambiente in continua trasformazione. La primavera è probabilmente il periodo migliore per osservare la flora, con la fioritura di molte specie acquatiche e palustri, mentre l’estate consente di apprezzare il pieno sviluppo della vegetazione e la straordinaria varietà degli habitat. Anche l’autunno e l’inverno, tuttavia, offrono prospettive molto interessanti, mettendo in evidenza la struttura degli ambienti umidi e le dinamiche che li caratterizzano. Recentemente è stato pubblicato un manuale “da campo” dedicato alla flora e agli habitat della Riserva, sia a carattere scientifico sia divulgativo, che descrive le principali specie vegetali dell’Area protetta, oltre che raccontare i risultati delle attività di ricerca e dei progetti di conservazione realizzati. Spero possano contribuire a far conoscere ancora di più il patrimonio naturalistico delle Torbiere e a far comprendere il valore della sua tutela».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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