Ambiente

Non sono piante impossibili: come far rifiorire le orchidee di casa

Massimo Corazza, quarta generazione di floricoltori, spiega come curare le specie più comuni, dallo sbalzo termico necessario per avere i boccioli fino all'errore di non innaffiarle quando restano solo le foglie
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Orchidee Vanda, per «doppi pollici verdi» © www.giornaledibrescia.it
Orchidee Vanda, per «doppi pollici verdi» © www.giornaledibrescia.it

Sono piante impossibili, vanno annaffiate con un cubetto di ghiaccio, amano la luce diretta del sole. Quante ne avete lette e sentire sulle orchidee? Sarà tutto vero? E quante piante avete comprato per poi vederle deperire lentamente?

Questa famiglia di piante è composta da 25mila specie, tra queste alcune sono facili da gestire a casa a patto di rispettare alcune regole che non solo evitano che muoiano, ma che fanno sì possano anche rifiorire e non produrre sono foglie.

Ne abbiamo parlato con Massimo Corazza della Floricoltura Corazza la cui famiglia da quattro generazioni si dedica alla floricoltura prima a Brescia e poi a Padenghe e, dal 1996, nell’attuale sede di Picedo di Polpenazze.

Il floricoltore Massimo Corazza © www.giornaledibrescia.it
Il floricoltore Massimo Corazza © www.giornaledibrescia.it

Massimo, cominciamo dall’abc: cosa c’è da sapere sulle orchidee?

Le orchidee non sono tutte uguali, alcune vanno bagnate una volta alla settimana, come le Phalaenopsis, epifite, che utilizzano le cortecce degli alberi come aggancio, riparandosi sotto le fronde a un metro e mezzo o due di altezza in luoghi dove piove spesso: hanno quindi molto bisogno di luce, anche le radici ne hanno, e di acqua. Altre, invece, vanno bagnate 2 volte alla settimane, sono le semi epifite che hanno bisogni di meno luce, ma di più acqua. In questo caso il vaso può essere anche non trasparente e si possono inserire in un coprivaso.

La luce è veramente fondamentale?

Sì, meglio una finestra a est, ma con una tenda che non faccia arrivare alle piante la luce diretta. Un minimo di luce, comunque, ci deve essere per tutte, la Phalenopsis ne richiede molta, ad altre ne basta meno quindi si possono posizionare anche non vicine alla finestra. Ma mai in un angolo buio o in casa con le tapparelle abbassate.

Le innaffiature sono un momento delicato?

Meglio prima spendere due parole anche sull’acqua: deve essere di buona qualità, non calcarea, quindi piovana o depurata. Bisogna immergere la pianta fino al bordo del vaso, o almeno fino a 3/4, questo perché va bagnato in maniera uniforme. Non che non si possa usare un innaffiatoio, ma bisogna avere l’accortezza di bagnare tutto il substrato, dato che è composto da corteccia.

Quando?

La miglior tecnica colturale è farlo la mattina perché la pianta è attiva, la sera sarebbe meglio di no.

Per quanto riguarda la concimazione?

La maggior parte, come detto, è invasata con il bark, che non è altro che corteccia e, quindi, non contiene minerali. Da marzo a ottobre bisogna concimare regolarmente perché è il periodo di attività.

Quante specie coltiva?

Troppe (e ride). L’unica che non coltivo è la Phalaenopsis. Abbiamo ibridi di Odontoglossum, conosciute come Cambrie, Paphiopedilum, conosciute anche come pantofola di Venere, e Cymbidium, l’orchidea più rustica.

Orchidea Odontoglossum © www.giornaledibrescia.it
Orchidea Odontoglossum © www.giornaledibrescia.it

Quest’ultima è consigliabile quindi anche ai non esperti?

Non proprio, molti la considerano un’orchidea semplice, ma lo è solo se trattata in maniera adeguata. Le orchidee possono dividersi anche per gradazione di temperatura: le Phalaenopsis sono da serra calda, le Cambria o i Paphiopedilum sono da serra intermedia, i Cymbidium e i Dendrobium sono da serra fredda. Questo vuol dire che devono andare a una temperatura minima di 15 gradi, se non sotto, se no non fioriscono. Per questo le nonne le posizionavano all’aperto sotto una veranda in modo che la temperatura, solo in autunno e non in inverno, protratta per 4-6 settimane le induca a fiorire.

Cymbidium © www.giornaledibrescia.it
Cymbidium © www.giornaledibrescia.it

Vale anche per le Phalaenopsis?

Sì, se si ha una casa con una temperatura pressoché costante. Faccio sempre questo esempio: perché le stesse orchidee fioriscono in ufficio e non a casa? Perché in ufficio c’è uno sbalzo termico importante tra notte e giorno che le induce a fiorire. Tutte le orchidee, alcune di più, altre meno, devono avere uno sbalzo termico: la temperatura tra i 20-25 gradi induce a far foglie, ma non a fiorire.

Si può quindi provare a metterle all’aperto a fine estate e ritirarle dopo qualche settimana?

Sì, basta che la notte non si vada sotto i 10 gradi. Attenzione al caldo e al sole diretto. Alla maggior parte delle specie non piacciono caldo e freddo estremo.

E dopo la fioritura?

Il fiore e il ramo secco vanno tagliati, dal secco non nasce niente. E per le Phalaenopsis, se il ramo sfiorito è ancora verde, si taglia al terzo internodo dal basso, si contano tre «tacche» sullo stelo e si taglia. Poi si va avanti a bagnare e concimare. E quella pianta rifiorirà da lì o da un’altra posizione.

Quanti anni dura una pianta ben tenuta?

Se è ben tenuta anni. Ne abbiamo anche di trenta in vivaio. Se sta bene dura in eterno. Per far morire un’orchidea bisogna impegnarsi.

Phalaenopsis © www.giornaledibrescia.it
Phalaenopsis © www.giornaledibrescia.it

Gli errori più comuni?

Non bagnarla, bagnarla troppo e dimenticarsela. Una pianta sfiorita con le foglie non è morta. Va innaffiata ugualmente.

Da quale specie partire?

Una Phalaenopsis: quando si consiglia di innaffiarla una volta la settimana già la gente si spaventa e, spesso, si riduce a bagnarla una volta al mese. La Phalaenopsis perdona di più sotto questo aspetto. Sa, una pianta è come un animale, bisogna curarla.

La più esigente?

La Vanda, solitamente venduta a radice nuda, è un’orchidea da doppio pollice verde: va bagnata ogni giorno, concimata regolarmente almeno una volta alla settimana proprio perché non ha un vaso. Bisogna capire prima di tutto dove posizionarla. È impegnativa. Poi c’è gente che ha passione e tempo. Regalarla come prima orchidea, no.

Chi è il suo cliente tipo?

Un appassionato di orchidee che già ne sa, che non ha bisogno di lezioni di botanica.

Come siete arrivati a coltivare orchidee?

Prima coltivavamo piante «normali» come gerani, stelle di natale, con la mia entrata in azienda abbiamo cambiato coltivazione. Avevamo la passione per il nostro lavoro e coltivare piante che allora non faceva quasi nessuno, come le Exacum. Quando ci proposero di cominciare con le orchidee ci siamo buttati. Non è stato facile, peraltro noi siamo aperti anche al pubblico e coltiviamo su una superficie di 4mila metri quadrati.

Immagino sia anche molto impegnativo, anche a livello economico...

Dal seme al bancone la pianta ci mette 4 anni, se va tutto bene. E in quel lasso di tempo può cambiare il mondo. In vivaio abbiamo 50mila piante ma, come nella moda, devo sperare che tra 4 anni sia di tendenza. Senza contare i costi di mantenimento: le serre vanno scaldate in inverno e raffrescate in estate, devo mantenere la fioritura ed evitare che vada sopra i 30 gradi e vasd in stress. Poi ci sono le grandi produzione olandesi che ci tagliano le gambe anche per i costi del gasolio.

Perché le orchidee hanno così successo secondo lei?

È l’unica pianta in vaso la cui fioritura dura 4 mesi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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