Al femminile

Il ritorno alla terra che insegna il futuro

La storia di Donato, che a un certo punto della sua vita ha deciso di abbracciare l’esistenza asciutta e autentica della campagna
Augusta Amolini

Augusta Amolini

Commentatrice

Un ulivo in campagna
Un ulivo in campagna

La storia di Donato affiora lentamente, dopo che lui ha affidato la sua esperienza controcorrente a un video su YouTube. Colpisce la narrazione di quest’uomo anziano, dal linguaggio erudito e dagli abiti ordinati, mentre ripercorre le ragioni che lo hanno portato, ad un certo punto della vita, a invertire la rotta e tornare a casa.

Battezzato con un nome antico, participio passato del verbo donare, è nato in un piccolo paese a vocazione contadina nel Parco nazionale del Pollino, in quell’area quasi incontaminata a cavallo tra Calabria e Basilicata da cui, ancora oggi, molti giovani sentono il bisogno di partire. Donato studiava quasi con rabbia. Fino dalle elementari voleva essere il primo della classe, nel tentativo di riscattare la propria famiglia da una condizione di inferiorità che portava addosso come una gerla.

Partì a vent’anni, dopo aver vinto un concorso in Rai. Del lavoro dei campi, allora, un po’ si vergognava: di suo padre diceva che era un agricoltore. Soltanto dopo aver compreso il valore e la concretezza delle proprie radici si è sentito finalmente orgoglioso di quel peso. Eppure gli sono serviti 40 anni prima di decidere di cambiare vita e abbracciare l’esistenza asciutta e autentica della campagna, la stessa che avevano condotto i suoi genitori.

Ha capito che, in nuce, possedeva tutte le conoscenze necessarie. Gli erano state trasmesse insieme al pane casereccio che aveva mangiato. Conosceva i rudimenti per coltivare e sapeva aprire le zolle, praticare innesti, riconoscere il tempo giusto per falciare e come accudire gli animali da cortile.

In quella terra di contrasti, fra montagne ricoperte di faggi e pini, si è dedicato alla coltivazione degli ulivi, della vite, dei frutti antichi e degli ortaggi, riuscendo a rendersi il più possibile indipendente da botteghe e supermercati.

Mentre cammina fra le sue galline che razzolano all’aperto dice che anche un grande pollaio le ha rese incapaci di riconoscere i loro predatori. Un tempo venivano lasciate libere e, quando arrivava la volpe, erano in grado di mettersi in salvo sui tetti o sui rami più alti. Oggi i polli crescono in gabbia e hanno disimparato a volare e a difendersi.

Non è escluso che proprio le tracce della memoria, che anche l’acqua sembra conservare, possano aiutare l’umanità. Il ritorno alla terra e alle cose semplici non è solo nostalgia del passato, ma una prospettiva che appare sempre più concreta.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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