«Uggia» è una parola che descrive bene quella sensazione di noia e di sottile malumore che, talvolta, ci assale nelle giornate piovose. Già prima che Lucio Battisti si chiedesse «Ma che colore ha una giornata uggiosa?», il significato era lì, nel senso di oppressione e fastidio che può suscitare un luogo grigio e umido, una sensazione non ben definibile, tra inquietudine e malinconia.Ed è proprio l’uggia a rendere più intenso il disagio degli anziani che devono rassegnarsi a lasciare il proprio appartamento per trasferirsi in una casa di riposo.
L’altro protagonista è il tempo che, in quelle stanze, sembra non passare mai. Le ore sono scandite dall’odore del caffè e della minestra che arriva dalla cucina, dagli orari delle medicine e dai gesti della cura quotidiana.Da fuori, pochi immaginano che in queste strutture si possano incontrare persone straordinarie, ancora collegate al mondo attraverso i polpastrelli della memoria.
La Fondazione Casa di Dio, a Brescia, dispone di alcuni alloggi in cui gli ospiti autosufficienti vivono in una sorta di famiglia allargata: collaborano nei piccoli servizi, mangiano insieme e condividono gli spazi comuni. Perlopiù si tratta di donne di una certa età, o meglio, di una età certa. In una società sempre più anziana, la prevalenza femminile è piuttosto evidente. Nelle case residenziali si incontrano madri come Leda, che parla del figlio adottivo con orgogliosa dolcezza; casalinghe che, dopo aver dedicato la vita al lavoro familiare, continuano a dire: «Io non ho mai lavorato!».
Si ascoltano le storie di operaie, insegnanti, sarte e infermiere, come Anita. Oppure si discorre con Alba, ex camiciaia ma ancora appassionata di calcio e dello storico Brescia. Non si tratta soltanto di sconosciute diventate coinquiline per alleviare la solitudine o per il timore di dimenticare il gas acceso. Ci sono anche casi come quello delle sorelle Mary e Carla, ormai vedove, che hanno deciso di trascorre insieme il tempo che resta. Non eravamo preparati a una società così longeva. I figli, a loro volta già attempati, faticano a prendersi cura dei genitori. Tuttavia, per restare collegati alle nostre radici, è importante non trascurare chi ci ha preceduti. In un viso dalla pelle quasi trasparente, si possono ritrovare i tratti di persone care che abbiamo perduto. E, stringendo quelle mani ossute, si ha talvolta la sensazione che davvero tutto scorre, lungo un fiume di malinconia.




