Valentino ha una meritata reputazione di ottimo cuoco. È incuriosito dagli ingredienti insoliti e gli piace sperimentare. Parallelamente a questa vena di trasgressione gastronomica, coltiva il gusto della tradizione.
A volte i due percorsi si incontrano e si scontrano e nasce un’innovazione che conosce esiti molto apprezzati. Gli piace anche decorare e impiattare in maniera sorprendente. A fruire di questa abilità è l’intera sfera della sua rete sociale: amici, amici di amici, parenti più o meno prossimi, vicini di casa e chiunque altro vi venga in mente.
Va al lavoro con i contenitori termici, va ospite con le teglie calde. In parecchi lo hanno incoraggiato a crearsi un profilo social con foto e ricette, ad aprire un canale con i video delle sue preparazioni, a candidarsi per trasmissioni tv.
Gli hanno persino proposto di fare il cuoco a domicilio, di procurarsi titoli e licenze per lavorare in una cucina. Quando lui dice che no, non gli va per niente, le reazione che tornano di più sono: «Butti via un talento!» e «Potresti farci dei soldi», parimerito con «Saresti in cima alle classifiche» e «Se ti serve una mano, ti aiuto io». Valentino nemmeno se lo sogna. Lui proprio non capisce la foga che tutti mettono nello sfruttamento dei talenti.
Ha l’impressione che tutta questa spinta sia stressante e contraria al buon senso: se qualcosa ti piace e già lo puoi fare e già ti diverte, chi te lo fa fare di andare a ficcarti nel vicolo cieco di cercare il consenso di sconosciuti? Se è quel tipo di talento di cui può beneficiare già chi ne trae piacere e soddisfazione, perché estendere la platea a sconosciuti che potrebbero facilmente mirare a fare un’altra cosa che «va di moda» e cioè lanciare i dardi avvelenati di critiche fondate sull’impalcatura fragile di una capacità valutativa affondata in una conoscenza praticamente assente?
Esistono talenti che meritano che possono restare improduttivi e forse, anzi, lo devono rimanere, per il benessere di chi ne è portatore. Sono quelli che servono per creare e coltivare la serenità e il ben vivere intorno a sé e non è detto che questa cerchia debba essere forzatamente allargata solo perché siamo spinti alla svista di credere che il nostro valore sia subordinato al consenso da parte di persone di cui non sappiamo niente. La filosofia di Valentino mi pare che meriti di essere presa seria considerazione come filtro prima di buttarsi a corpo morto in un logorio non necessario.



