Quando a metà marzo del 2018 avocò l’inchiesta togliendola alla Procura, alla domanda su come pensasse di rimettere in piedi un’inchiesta che pareva compromessa, rispondeva: «Con il lavoro. Non esistono delitti perfetti, ma esistono indagini imperfette».
Dell’Osso perché decise di avocare a se l’inchiesta nella primavera del 2018?
«Sono intervenuto dopo due anni e mezzo di gestione della procura quando il fascicolo stava andando in tutt’altra direzione rispetto a quello che doveva essere il canale naturale per una vicenda tanto grave. Decisi di avocare l’indagine perché non credevo che archiviare fosse la scelta giusta. Era doveroso intervenire. E siamo ripartiti da capo facendo accertamenti nuovi. Due gradi di giudizio con la stessa conclusione vogliono dire qualcosa sull’iter dell’investigazione».
Come giudica l’intera vicenda?
«Senza alcun dubbio era un caso veramente complesso per come si era messo. Un puzzle da comporre con pazienza. L’essenziale era ricostruire a livello di ipotesi cosa poteva essere accaduto. Quando non si ha un cadavere si istruisce un processo indiziario e quindi servivano indizi e li abbiamo trovati non senza fatica».
Giacomo continua a proclamarsi innocente, mentre la famiglia di Mario dopo la conferma dell’ergastolo in appello ha commentato: «La verità viene sempre a galla»...
«Penso alla famiglia dell’imprenditore che dopo sette anni ha due sentenze omologhe che portano allo stesso risultato e non è cosa da poco. Dovrebbe in qualche modo attenuare il dolore che comunque non passerà mai. Anche perché Mario Bozzoli era un bravo uomo e questo è sempre emerso dalle carte dell’inchiesta. Non è conclusa la vicenda, perché manca la Cassazione anche se a Roma si parla di legittimità che è ben diverso da un processo di primo e secondo grado».
I dubbi però resteranno per sempre...
«Il processo indiziario è il più difficile che si possa fare. È normale che restino degli spazi non adeguatamente supportati, ma devono essere spazi secondari rispetto alla ricostruzione».




