I maestri del futuro sono puntuali, preparati, motivati. E sopratutto sono donne. Non è un giudizio di merito, ma un dato numerico. Ieri al test per accedere al corso di laurea magistrale a ciclo unico in Scienze della formazione primaria le quote azzurre si contavano sulle dita di due mani.
Pochi ma buoni, si usa dire. Ed Emanuele da Verona ne era il testimone più genuino: 18 anni, un diploma in Scienze Umane in tasca e una vocazione nata in casa guardando la mamma maestra preparare le lezioni. A Brescia però lo ha accompagnato il papà, che lo ha depositato con cura fino all’ingresso del Brixia Forum, dove era indetta la selezione per accedere al percorso di studi in Cattolica.
Chi tenta e ritenta
Non è stato il solo a presentarsi con la scorta: vuoi per la tensione, per la distanza o per l’età, il club dei genitori era in nutrita compagnia. «Tu non portarmi sfortuna, che un’Università diversa non la voglio proprio fare» è stato l’amorevole saluto di una ragazzina al padre, zittito alla metà del benaugurio.
Certo, l’esito non è scontato: due su tre ce la faranno e alle altre toccherà esplorare il piano B. Anche in questo caso non è un giudizio di merito, ma un dato numerico. I posti disponibili sono 250 e alla prova si sono iscritte in 371.

Peraltro in molte sono già al secondo tentativo, come Flavia, 36enne siciliana che però abita nel Mantovano. Anche Arianna, ventenne di Rovato, ci aveva già provato alla Statale: «Non sono entrata a Verona, ma grazie all’Università Cattolica ho cominciato a lavorare ad un progetto dedicato ai bimbi disabili. Ho così maturato la conferma che questa è la mia strada». Anche lei è figlia d’arte, ma giura che l’esempio di mamma non l’ha influenzata. «Anzi, avevo sempre pensato di voler fare la psicologa» ride.
Quattro figli e un sogno
Le maestre del futuro si presentano all’esame con almeno un’ora d’anticipo, hanno le idee chiare e lo stesso grande sogno che non guarda in faccia a nessuno. Anita di Trento ha 35 anni e quattro figli dai 10 mesi ai 7 anni. Fa la contabile ma il suo cuore è da sempre dentro un’aula. «Voglio insegnare alla primaria e mi sono decisa a provare. Ho cercato di prepararmi il più possibile, figli permettendo, e quello che viene viene. Ho un lavoro certo da contabile, ma non sono sicura di quello che farò».
Angela ha 21 anni e arriva da Verolanuova: «Sto per laurearmi in Scienze dell’educazione, ma grazie al tirocinio ho capito che i piccoli del nido non fanno per me. La mia vocazione è insegnare alla scuola dell’infanzia e più avanti alla primaria. I bimbi sono la mia passione e l’avevo già capito quando ero ancora una bambina anch’io». E la motivazione intrinseca è il motore che muove tutti i futuri docenti, insieme alla non trascurabile prospettiva di una stabilità professionale.
Vivace turnover
Ci spiega Katia Montalbetti, coordinatrice del Corso di studi: «Accedere a Scienze della formazione primaria è una prospettiva professionale che attira molto. Alla base, nella maggioranza delle situazioni, c’è una sana vocazione, cioè la volontà di poter fare la differenza e di spendersi. Certamente ha giocato un ruolo, e continuerà a giocarlo ancora per qualche anno, il fatto che, a causa di una serie di turnover, il fabbisogno sia alto. Chi si è laureato negli ultimi due anni o due anni e mezzo, con il riavvio dei vari concorsi anche sull’onda lunga del Pnrr, è riuscito ad accedere in maniera stabile al sistema scolastico. La volontà fa la differenza, ma alla motivazione intrinseca si affianca un po’ di lucidità e di realismo».

Non tutto è oro quel che luccica. A far da contraltare all’abbondanza di opportunità c’è la spinta ad accessi lavorativi precoci: «Molti dei nostri studenti, soprattutto a partire dal terzo anno, non sono ancora insegnanti e non hanno ancora conseguito la laurea, ma già operano all’interno della scuola. Di conseguenza, il messaggio che diamo loro è un po’ contraddittorio: da un lato diciamo che hanno bisogno di una serie di competenze, dall’altro lato, affinché le scuole stiano in piedi, li reclutiamo prima. Questo scenario ha implicazioni molto forti sulla continuità della frequenza e sulla possibilità di vivere a tutto tondo l’esperienza universitaria. Formazione primaria ha un impianto molto pesante e rigido normativamente: lo studente lavoratore ovviamente frequenta le attività obbligatorie, ma si perde tutto quello che in realtà non è obbligatorio, ma è altrettanto essenziale».
Per quanto riguarda il gender gap, «purtroppo abbiamo un numero molto, molto ridotto di ragazzi - conferma Montalbetti -Ed è davvero un peccato perché rappresentano una figura che potrebbe davvero fare la differenza. C’è tanto bisogno della figura maschile, soprattutto nel rapporto con i bambini e le bambine ancora relativamente piccoli, ma il corso fatica effettivamente ad attrarre persone di genere maschile.



