C’è un viaggio di andata, quello di chi parte da Brescia per mettere competenze e professionalità al servizio di comunità lontane. E c’è un viaggio di ritorno, ancora più importante: quello di chi torna con uno sguardo diverso sul mondo e sul territorio da cui è partito. Per Giulio Maternini la cooperazione internazionale vive proprio in questo doppio movimento. Non è soltanto ciò che si riesce a fare in Africa o in altri contesti a risorse limitate, ma anche quello che un’esperienza del genere lascia in chi parte e può poi restituire alla propria comunità. Una convinzione maturata dentro la lunga esperienza della Fondazione Giuseppe Tovini, realtà che oggi, insieme a Fondazione Museke e ai due atenei bresciani, promuove la settima edizione del corso di formazione alla cooperazione internazionale. Il professor Maternini ne è il coordinatore.
Maternini, sette edizioni: com’è cambiato il corso?
Il corso vuole offrire a studenti universitari e laureati un primo approccio alla cooperazione internazionale e ha una caratteristica alla quale teniamo molto: è interdisciplinare. Abbiamo laureati e laureandi in numerose discipline. Ogni giornata affronta un ambito diverso. La cooperazione non può avere un approccio soltanto settoriale: serve uno sguardo ampio sulle diverse problematiche.
Anche la formula si è evoluta?
Sì. Nei primi anni le lezioni erano in presenza, mentre adesso una parte si svolge online. Manteniamo in presenza gli ultimi giorni, dedicati alla stesura del progetto di cooperazione che gli studenti realizzano in gruppo. Il corso è aperto a tutta Italia e così si riducono anche i costi delle trasferte.
Nel frattempo è cambiato molto anche lo scenario internazionale...
Certamente. Oggi abbiamo nuove guerre, in Europa e in Africa, e in alcune situazioni è diventato molto difficile fare cooperazione. Noi ci occupiamo di cooperazione tecnica-umanitaria, non entriamo nelle linee politiche dei diversi Stati. Interveniamo quando viene richiesto il nostro aiuto e cerchiamo di formare persone capaci di offrire una professionalità. Il cooperante non può essere semplicemente una persona disposta a fare tutto: deve avere competenze utili all’interno di un progetto mirato di sviluppo.
E allo stesso tempo non deve avere un approccio troppo specialistico.
Esatto. Serve una professionalità precisa, ma anche un bagaglio più ampio. La cooperazione richiede elasticità e deve avere un’etica alla base. Gli italiani all’estero sono apprezzati anche perché hanno una cultura meno settoriale. Se si guarda un problema da un solo punto di vista si rischia di non comprenderlo a fondo.
Che cosa spinge i giovani a iscriversi al corso?
Per alcuni diventa una scelta di vita: abbiamo avuto partecipanti che in seguito hanno fatto della cooperazione internazionale il proprio lavoro. Altri vogliono acquisire un approfondimento che può essere utile anche nella loro professione. Molti temi non riguardano soltanto ciò che accade lontano da noi. Pensiamo all’immigrazione: conoscere i Paesi africani permette di guardare il fenomeno con occhi diversi.

Quindi la cooperazione ha anche un viaggio di ritorno?
Sì, ed è addirittura più importante. Abbiamo giovani che svolgono un anno di servizio civile all’estero: in questo momento un paio stanno partendo per la Tanzania. Rispetto alla portata dei problemi di quei Paesi, il contributo che si può dare in quel tempo è inevitabilmente limitato. Ma è molto più significativo ciò che una persona può trasmettere nel proprio territorio. Il valore della cooperazione sta anche in questo: in ciò che si riesce a riportare nel mondo occidentale dopo un’esperienza del genere.
Brescia vanta una lunga tradizione nella cooperazione. Quanto conta oggi questa rete tra fondazioni e università?
Molto. Negli anni Sessanta e Settanta sul territorio c’erano diverse organizzazioni non governative riconosciute dal ministero: per una città delle nostre dimensioni era qualcosa di significativo. Quella tradizione è proseguita nel tempo e oggi trova espressione in realtà come Fondazione Tovini e Fondazione Museke, mentre si sono consolidate collaborazioni molto strette con i due atenei bresciani e sinergie con altre istituzioni come Fondazione Sipec e Medicus Mundi. Anche altre università hanno corsi sulla cooperazione, ma qui il rapporto tra mondo accademico e fondazioni è particolarmente diretto. Il rettore Francesco Castelli fa parte di Fondazione Tovini, così come Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della Formazione in Cattolica. Questa capacità di fare rete e creare sinergie è, credo, una delle peculiarità di Brescia.

Che cosa distingue il modo di operare della Fondazione Tovini?
Siamo una piccola organizzazione e possiamo dire con orgoglio che i fondi destinati alla cooperazione vengono completamente utilizzati per la realizzazione di progetti in loco. Non abbiamo grandi strutture da mantenere e questo ci rende più liberi da condizionamenti: interveniamo se siamo chiamati e se riteniamo che il nostro contributo possa essere davvero utile. In fondo, è questo il punto: mettere competenze e risorse dove possono servire davvero.




