Due colpi secchi su un tamburo, una moltitudine di persone disposte come se sedessero su un drakkar, la nave da guerra vichinga. Poi un verso: «Ro». Non è un richiamo ancestrale: significa «remare» in norvegese. L’immagine più iconica di questi Mondiali di calcio, almeno fino ad ora, non è una giocata delle tante stelle che scintillano in America. No, è una coreografia di recente invenzione, ma che ha l’ambizione di racchiudere in sé l’orgoglio e la storia di una Nazione. Che il caso ha voluto diventasse anche la grande rivelazione del torneo.
Cos’è la «viking row»
Praticamente chiunque, scrollando Instagram, TikTok o Facebook, si è imbattuto in questa strana danza collettiva. I protagonisti sono quasi sempre i tifosi: a Times Square, nel cuore di New York, sulle tribune degli impianti ultramoderni che stanno ospitando le partite del Mondiale, nelle stazioni delle metropolitane. Ma il fenomeno si è esteso a tutti i livelli: i giocatori festeggiano così le loro vittorie in campo, i parlamentari norvegesi l’hanno eseguita per far arrivare il proprio supporto alla Nazionale.
«Bigger than football», «molto più grande del calcio», l’ha definita il bomber norvegese Erling Haaland: nella sua collezione di scalpi ora c’è pure il Brasile di Ancelotti, steso con una doppietta. La sequenza si svolge in questo modo: un addetto alle percussioni batte per due volte su un tamburo, e tutti gli altri partecipanti (disposti appunto come se si trovassero su una barca) rispondono «ro», mimando un colpo di remi. La scena si ripete per un po’ di volte, a intervalli sempre più brevi, fino all’esplosione di gioia finale.
La somiglianza
Per gli appassionati, la somiglianza con il «geyser sound» che accompagnò l’Islanda nell’Europeo del 2016 è lampante: l’ex Brescia Bjarnason e i compagni, anch’essi sorpresa di quell’edizione, battevano le mani davanti al loro pubblico, emettendo un suono («huh!») privo di un significato letterale. La dinamica era pressappoco la stessa, con qualche divergenza nella modalità di esecuzione.
Chi l’ha inventata
La genesi, però, è in realtà un’altra. Così come la fonte d’ispirazione. L’idea venne alcuni mesi fa a tale Ole Frøystad, un insegnante di scuola elementare. La sua Norvegia non partecipava a un Mondiale dal 1998, era alla ricerca di un coro che fosse all’altezza di un simile avvenimento storico: «Volevo qualcosa di breve, facile, che avesse un significato culturale e d’impatto». Di lì l’idea di proporne alcuni a Torstein Hamran, leader del gruppo organizzato «Oljeberget».
La «viking row», che non aveva ancora preso quel nome (era lo scorso dicembre), catturò da subito la sua attenzione. Frøystad, oggi star da oltre 100mila follower su Instagram (dove si fa chiamare «Mr. Row Row»), confessa di aver preso spunto da un coro dei tifosi norvegesi del Rosenborg BK, che scandiscono le tre sillabe del nome della squadra coinvolgendo diversi settori del loro stadio.
Le prove e l’esplosione
L’adozione del cuore caldo del tifo risale dunque a quel periodo. Nessuno, però, poteva immaginare che potesse avere una diffusione di questa portata. Tanto che le prime prove, in occasione di un’amichevole con la Svizzera di fine marzo, furono un mezzo fiasco. L’intuizione che ebbero Frøystad, Hamran e i loro sodali fu vincente: realizzare un video dimostrativo, confezionato per i social, che aiutasse tutti a comprendere nel dettaglio come andasse eseguita la coreografia.
«Era necessario che tutti sapessero come piegarsi in avanti, come usare la schiena e le mani», ha raccontato Frøystad in un’intervista a Espn. La prova generale, in un’amichevole con la Svezia, ha fatto esplodere definitivamente il fenomeno: il video caricato sui social ha affastellato decine di milioni di visualizzazioni. «È stato allora che ho capito che al Mondiale sarebbe stato incredibile», ammette il suo ideatore. La Norvegia ha scoperto che il modo più efficace per esportare la propria cultura è lo sport. È la storia che si ripete.




