Birkir Bjarnason, moderno Marco Polo, ha dato alle stampe un «Milione» che si conclude a Brescia. Attenzione, però, perché la storia prosegue oltre quei diari d’avventura: «Vivo ancora in città: qui siamo sempre stati bene, siamo vicini a tutto. E poi facciamo continuamente la spola con la mia Akureyri, in Islanda».
Qui, con il «vichingo», ci sono la moglie Sophie Gordon, originaria di Tolosa, e la piccola Sofia Lív. Dopo il ritiro, annunciato lo scorso settembre, Birkir ha trovato l’ambiente ideale per crescere la figlia, che avrà il privilegio di serpeggiare con assoluta naturalezza tra i gorghi linguistici dell’islandese e la musicalità dell’italiano.
Bjarnason, partiamo dalla fine: qualcuno a maggio interpretò una frase di sua moglie come un annuncio anticipato del suo addio al calcio, che arrivò solo quattro mesi dopo. Ci spiega com’è andata realmente?
«Ero reduce da una stagione che mi aveva messo a dura prova, sia a livello fisico che mentale. Avevo quasi sciolto le riserve, ma volevo comunque concedermi del tempo per riflettere. Decisi di tornare nella mia Islanda, stare vicino ai miei affetti, condividere con loro i miei pensieri. E così arrivai a quel fatidico annuncio, maturato a settembre».

Cosa vede nel suo futuro? Gira voce stia studiando da direttore sportivo.
«Per ora mi godo la famiglia. Ho tanto tempo libero e lo dedico ai viaggi: Islanda, Novegia – dove ho vissuto a lungo –, Francia con la mia Sophie. Deciderò con calma. È vero, sto facendo il corso da diesse a Coverciano, dovrei concluderlo tra un mese. Vedremo come andrà, non ho ancora le idee chiarissime».
Magari tornerà al Brescia in veste di dirigente.
«Non dico nulla, ma qui mi sono sempre sentito a casa. Dovesse capitare questa opportunità un giorno di certo non la disdegnerei».
Facciamo un passo indietro: come ha vissuto la mancata iscrizione del «vecchio» Brescia?
«Sul campo noi ci salvammo. Quando appresi la notizia mi sentii male, molto più per la gente che per me. Assistere alla fine di una società così storica e importante mi addolorò molto. Durante quell’anno fu durissima, dall’inizio alla fine».
Perché?
«Difficile dare delle spiegazioni oggettive. Noi come squadra avevamo delle responsabilità, non riuscimmo a esprimerci come avremmo voluto».
Ha più sentito Cellino? Che sentimento prova nei suoi confronti?
«Molto tempo dopo, preferisco tenere per me il contenuto della conversazione. Con lui ho quasi sempre avuto un buon rapporto. Non so dire con precisione cosa sia successo in quel frangente, quindi fatico a esprimere un giudizio».

I suoi ricordi più belli a Brescia?
«Il primo anno in A, malgrado la retrocessione, perché mi consentì di tornare in Italia. La stagione successiva iniziò tra mille difficoltà, a un certo punto eravamo addirittura ultimi in classifica. Poi arrivò mister Clotet e andammo ai play off: quei tre-quattro mesi li ricordo con grande piacere».
Ora c’è una nuova società: tempo fa ha assistito a un allenamento a Salò, e a fine febbraio è tornato al Rigamonti con Guardiola. Com’è nata quell’opportunità?
«Entrambi eravamo in città, mi hanno invitato allo stadio insieme a lui e ci siamo ritrovati l’unico di fianco all’altro. Abbiamo parlato di vita, di calcio, del nuovo Brescia. Condividiamo l’auspicio che questo club torni presto dove merita di stare».

Il tour della sua carriera copre quasi tutto il mappamondo: Italia, Norvegia, Belgio, Svizzera, Inghilterra, Qatar, Turchia… C’è un campionato che l’ha colpita più degli altri?
«In Italia e in Svizzera sono stato bene anche fuori dal campo. Vincere col Basilea mi ha gratificato professionalmente. In Inghilterra la cultura calcistica è straordinaria. In Turchia è tutto un altro mondo, ma che esperienza giocare in quegli stadi: un calore e un baccano inarrivabili».
Ci fu anche quella parentesi in Qatar, prima che tornasse a Brescia.
«Avevo trent’anni, per me era troppo presto. Ogni squadra aveva tre o quattro giocatori importanti, ma per il resto il livello era troppo basso. E poi gli spalti deserti… Mi mancavano gli stimoli».
In Patria è un idolo: detiene ancora il record di presenze con la Nazionale islandese.
«Per quasi un decennio abbiamo ottenuto risultati incredibili per un Paese così piccolo. Avevamo sempre la sensazione di poter vincere la partita, qualunque fosse l’avversario. Nel 2014 perdemmo il play off per il Mondiale con la Croazia, poi ci qualificammo all’Europeo, arrivando addirittura ai quarti, e successivamente al Mondiale. Ricordi indelebili».

C’è qualcosa di Brescia che le ricorda la sua Islanda?
«Sicuramente non il clima (ride, ndr). Entrambi i popoli sono molto aperti, naturalmente inclini alla gentilezza. In questo sono molto simili».
Ormai è un italiano acquisito: in città gira con una Cinquecento d’epoca.
«Tutto vero. E pure su un Piaggio Ciao del 1980».

Un vero appassionato.
«Mi ha sempre stuzzicato l’idea di comprare veicoli che appartengono ad altre epoche. Mi sono tolto questo sfizio».
L’avversario più forte che ha affrontato?
«Sarebbe facile dire Messi o Cristiano Ronaldo, ma pareggiammo sia con l’Argentina che con il Portogallo, e loro non fecero granché. E allora le faccio il nome di Modric. Avvicinarsi a lui era complicatissimo, perché sapeva sempre dove orientare il pallone, e ti scappava via. Mostruoso».

Il miglior compagno e il miglior tecnico avuti a Brescia, invece?
«Con Clotet giocai il mio miglior calcio. Quanto al compagno dico Tonali: mi impressionò da subito, immaginavo potesse arrivare dov’è ora».
Si è fatto un’idea sulla crisi che vive il calcio italiano? Da dove si riparte?
«Domanda complicata. Mi limito a esprimere il mio rammarico per il momento che vive una Nazione calcisticamente così storica e importante. Spero vivamente si possa presto voltare pagina».




